AMBIGUITÀ E INADEGUATEZZE DELLA POLITICA PROVOCANO DISAFFEZIONE E ASTENSIONISMO

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Come non era difficile prevedere dopo le elezioni del 24-25 febbraio e il ritorno in campo del cavaliere di Arcore, l’astensionismo ha colpito  ferocemente le elezioni amministrative di ieri,   soprattutto nelle grandi città e, in particolare, a Roma.
Gli italiani non possono essere contenti di una classe politica che, quando può, conduce i propri affari privati (a volte anche con Cosa Nostra e le sue sorelle mafiose! come è stato contestato di recente anche all’ex sottosegretario Cosentino del PDL sotto processo a Napoli) e soprattutto non risponde, ancora di più  nell’ultimo ventennio populista dominato da Berlusconi, ai problemi essenziali del paese, divenuti negli ultimi quattro-cinque anni soprattutto la sopravvivenza delle famiglie e l’avvenire delle nuove generazioni.
La risposta ancor prima di votare per le opposizioni in parlamento, la SEL ridotta ai minimi termini e il M5Stelle condotto da Grillo a una strategia di pura distruzione dell’esistente senza far capire agli altri quali saranno le proposte del capocomico qualora dovesse ottenere risultati ancora più decisivi nelle prossime elezioni, gli italiani non vanno a votare e perdono definitivamente ogni speranza nelle classi dirigenti al potere, per giunta insieme nel governo Letta-Alfano. 

Di qui l’atmosfera di incertezza e di frequenti polemiche che caratterizza negli ultimi mesi la stanca politica italiana.
In questo clima poco piacevole e poco adatto alla costruzione o meglio  ricostruzione del nostro paese piuttosto devastato da  tutti gli errori del governo Berlusconi e dalla politica discutibile del successivo  governo Monti, a Palermo ha ripreso un processo che vede tra gli imputati per falsa testimonianza  un ex ministro, già presidente del Senato e vicepresidente del CSM come Nicola Mancino, un ex ministro come Calogero Mannino, giudicati insieme con i pezzi da novanta di Cosa Nostra, Riina, Provenzano e Bagarella.
Ci troviamo di fronte a un’immagine plastica ed eloquente di quella coabitazione tra Stato e Mafia che più volte (e non soltanto nel ’92-93) come si è scritto più volte sui giornali nelle ultime settimane, ha condotto a trattative tra i capi dell’associazione mafiosa siciliana e vertici di  organi dello Stato come il reparto speciale dei Carabinieri Mori e de Donno, o il politico della Dc Vito Ciancimino o ancora, per un periodo, il sette volte presidente del Consiglio dei Ministri e senatore a vita Giulio Andreotti.
Alcuni studiosi di storia contemporanea, chi scrive, ma anche  il collega che insegna a Palermo Salvatore Lupo,  hanno più volte messo in rilievo la coabitazione Stato-Mafia e il  ripetersi in determinate occasioni o momenti cruciali di trattative tra gli organi dello Stato e gli esponenti mafiosi per raggiungere accordi che riguardano proprio la condizione dei detenuti e degli eterni latitanti. Mi ha molto colpito in questi giorni notare che nessun giornalista ha osservato che con Messina Denaro, capo dei capi, latitante, si sta verificando quello che è già successo con le latitanze dei suoi predecessori.
Basti qui ricordare che Bernardo Provenzano è stato latitante per 41 anni prima di essere arrestato. Un primato che non ha eguali nel mondo intero.