ALMA SHALABAYEVA, REVOCATA L’ESPULSIONE. ORA UN ACCERTAMENTO URGENTE DELLE RESPONSABILITÀ

Angelino Alfano

di Antonio Negro

Il pasticciaccio kazako derivante dalla espulsione della moglie e della figlia di un noto dissidente rifugiato in Gran Bretagna è un incidente molto grave per il governo Letta. Il nostro è un Paese in difficoltà dal punto di vista economico e, senza una drastica inversione di tendenza, non riuscirà a difendere il suo ranking internazionale dall’assalto degli stati emergenti.
Il patrimonio che ci rimane, che nessuno potrà sottrarci, è la storia, la cultura, la tradizione, il diritto. Nel mondo, Italia è ancora sinonimo di civiltà, a differenza di altre nazioni guardate con diffidenza come gli Stati Uniti, che inciampano nelle “rendition”, straordinarie che, poi, diventano ordinarie o nello spionaggio di massa o come la Germania che ancora non si è liberata dei fantasmi del passato.
Civiltà significa anche e soprattutto giustizia, rispetto dei diritti umani, trasparenza, rigore procedurale soprattutto quando si tratta di persone in condizioni di debolezza, correttezza verso tutti coloro che si trovano sulla nostra terra a prescindere dalla nazionalità e dal potere di influenza..
In tale contesto, la deportazione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Ablyazov, fuggito dal suo Paese nel 2009 perché inviso al presidente Nursultan  Nazarbaev e della figlia di sei anni è un atto non solo contro i diritti umani ma contro il popolo italiano, contro il suo prestigio nel mondo, ed è, anche, un danno sotto il profilo economico perché l’immagine è il bene più prezioso del nostro Paese.
In tale contesto, è da apprezzare l’operato del Presidente del Consiglio che in meno di una settimana da quando ha preso in mano il dossier è riuscito a mettere un primo punto fermo alla vicenda, riconoscendo l’errore e revocando il provvedimento di espulsione.
Ora, però, l’operazione va completata.
Innanzitutto, pretendendo dal Kazakistan la restituzione della donna e della bambina.

In secondo luogo, chiarendo, in tempi rapidi, tutte le circostanze dell’accaduto e sanzionando severamente le responsabilità senza avere riguardi per nessuno.
Che l’espulsione sia formalmente corretta interessa ben poco. E, comunque, sul punto, solo la magistratura potrà dire una parola definitiva.
Ma, al di là di questo, bisogna capire se qualche struttura o qualche responsabile si è fatto influenzare da uno stato estero o da ambienti italiani vicini a quello stato.
Il fatto che il Kazakistan abbia rapporti economici significativi e crescenti con il nostro Paese non può che essere un’aggravante. Purtroppo, l’economia ha le sue ragioni, e non è possibile azzerare le attività commerciali o gli investimenti industriali in tutti i paesi che non hanno una condotta specchiata con riferimento ai diritti umani. Ma, proprio per questo, bisogna tenere rigorosamente separati i due campi evitando che il business possa influenzare le valutazioni politiche e umanitarie.
Nel caso di specie, non è comprensibile e non è giustificabile che le autorità che hanno provveduto all’espulsione non fossero a conoscenza che si trattava della moglie e della figlia di un noto dissidente e che andavano incontro a gravi rischi nel loro paese. Inoltre, le modalità anomale di espulsione, con un aereo privato fittato dall’ambasciata kazaka avrebbero dovuto indurre a maggiore  prudenza.
Il dibattito parlamentare potrà essere la sede opportuna per gli ulteriori chiarimenti che la gravità della vicenda richiede.
Infine, lascia perplessi la condotta del ministro dell’Interno, nonché vicepresidente del Consiglio, Alfano. Se è vero che non era informato dell’operazione come sembrerebbe emergere dai primi accertamenti, è singolare che non abbia risposto direttamente sulla vicenda, lasciando a Letta il compito di intervenire.
Anche perché sarebbe stata un’occasione per dimostrare di avere quel “quid” che, secondo alcuni suoi “amici” di partito, gli farebbe difetto.