ALLARME DI CONFINDUSTRIA. IL PAESE È A RISCHIO RIVOLTA

Enrico Letta

È impressionante sentire il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli, dichiarare che “ senza prospettive per il futuro l’unica prospettiva seria diventa la rivolta”.
Colpisce ancora di più che scenda in campo a rafforzare il discorso il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la cui dichiarazione “Non avere crescita né opportunità di lavoro per i giovani comporta un rischio di tenuta per il sistema sociale” non lascia dubbi sui timori dei vertici della Associazione degli imprenditori italiani per le tensioni in atto.
È difficile immaginare che in un paese normale siano i leader degli industriali a paventare  una rivolta e, quasi, a giustificarla se non saranno poste in essere azioni concrete per invertire la rotta.
Le affermazioni di Confindustria dovrebbero essere di monito per governo e partiti, perché non si tratta di slogan gridati alla Grillo, non si tratta di  battute da comico o da capopopolo, ma di analisi articolate, ricche di argomentate contestazioni ai politici che hanno amministrato l’Italia negli ultimi anni.
E in quelle analisi c’è un passaggio importante per capire dove sono le responsabilità e quale è la via per uscire dalla difficile situazione nella quale ci troviamo.
“La priorità non è l’IMU ma il taglio del cuneo fiscale” ha affermato Morelli, assumendo una posizione che è la stessa dell’Unione europea, dei sindacati, della Conferenza episcopale e della stragrande maggioranza dei cittadini i quali sono ben consapevoli che, nella attuale congiuntura, tutti gli sforzi andrebbero concentrati sul costo del lavoro, problema principe dell’economia italiana.

L’ultimo governo che si è preoccupato di tagliare il cuneo fiscale è stato quello di Prodi nell’ormai lontano 2006. Un provvedimento insufficiente e non risolutivo che, però, indicava una strada. Se Berlusconi e Monti avessero seguito quella strada oggi staremmo parlando di un’Italia diversa, più ricca, più efficiente e più attenta alle esigenze della produzione  e dell’occupazione.
Invece, il primo provvedimento del governo Letta è stato la sospensione dell’IMU, senza alcuna motivazione di carattere economico o finanziario, ma solo in omaggio a un impegno elettorale di Berlusconi e del PDL.
C’è da essere preoccupati non solo per i quattro miliardi dirottati su un fronte assolutamente secondario, ma soprattutto perché, in una situazione grave come questa, sarebbe doveroso avere come bussola l’interesse generale della nazione.
Invece, purtroppo, il PDL  continua ad avere una scala di valori rovesciata in  cui al gradino più basso ci sono gli interessi dell’Italia, a quelli più alti Berlusconi con i suoi problemi giudiziari, e, in seconda battuta le fortune elettorali del partito. E a fare proposte di spesa, solo a scopi di propaganda, senza alcuna copertura o con coperture fantasiose.
Il PD e gli altri partiti della coalizione, ma anche ministri tecnici come Saccomanni che hanno una storia di coerenza personale e di credibilità da difendere difficilmente potrebbero tollerare, dopo il primo strappo, ulteriori concessioni alla demagogia che mettano ulteriormente a repentaglio il futuro del Paese.
Mai come in questo momento la divisione non è fra centrodestra e centrosinistra ma fra senso delle istituzioni e populismo, fra statisti che pensano alle prossime generazioni e politicanti che pensano alle prossime elezioni, secondo una massima, dimenticata, di Alcide De Gasperi, che, se messa in pratica, risolverebbe la massima parte dei problemi dell’Italia.
Enrico Letta è ineccepibile quando dice che non è Berlusconi a dettare l’agenda del governo. Ma nei prossimi mesi ci vorranno fermezza e determinazione per dimostrare che questa affermazione corrisponde alla realtà.