ALDO MORO E PEPPINO IMPASTATO: IL RICORDO COME MONITO PER IL FUTURO

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Il 9 maggio è una giornata particolare, se volessimo citare il titolo di quello che è stato uno dei film più belli di Mario Monicelli che era dedicato alla giornata romana del protagonista in una capitale deserta negli anni trenta  durante la dittatura fascista.
Nello stesso giorno, infatti, si ricordano due  anniversari che hanno segnato momenti terribili della nostra storia recente, il nove maggio del 1978.
Quel giorno, all’angolo tra via delle Botteghe Oscure, dove era la sede ufficiale del Partito Comunista Italiano e piazza del Gesù dove era la sede della Democrazia Cristiana, venne trovato nel portabagagli di una Renault rossa il corpo senza vita del presidente del partito cattolico, Aldo Moro.
E a Cinisi, in provincia di Palermo, paese di uno dei Capi di Cosa Nostra in quel momento, Tano Badalamenti, fu trovato a sua volta il corpo senza vita dell’esponente di Democrazia Proletaria Peppino Impastato.
Di Moro la storia è nota ma presenta ancora zone oscure.
L’uomo politico democristiano, personalità centrale della storia repubblicana, rapito e ucciso dopo 55 giorni  dalle Brigate Rosse dopo un lungo processo in via Montalcini, ci ha lasciato in un Memoriale trovato prima in via Montenevoso nel 1980, quindi a Milano dodici anni dopo in una versione più ampia, preziosi elementi di analisi della nostra storia e soprattutto la prova per chi sa leggere che il “sommerso” della repubblica, l’Italia illegale, costituisce un elemento che non si può trascurare se si vuole fornire un ritratto verosimile di quel che è accaduto nell’ultimo settantennio.

Aldo Moro era del tutto consapevole di questa peculiarità del nostro passato perché nella sua vita politica si era dovuto più volte scontrare con quell’Italia che si frapponeva in maniera decisiva al progresso del paese, alla comunicazione tra le masse popolari e le migliori élites che si battevano per gli ideali costituzionali della repubblica.
Molto diversa ma legata alla stessa difficile stagione repubblicana, come alla lotta per una democrazia più matura, che anche il presidente della DC voleva, è la vicenda di Peppino Impastato, il giornalista radiofonico e militante comunista, fondatore di Radio Aut Aut a Cinisi, che venne ucciso la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 nel suo paese dal mafioso Vito Palazzolo su mandato di Tano Badalamenti che si era già stabilito, per sfuggire alle condanne già avute, negli Stati Uniti.
Ma per arrivare alla verità sulla morte di Impastato passarono più di vent’anni e ci volle un’inchiesta della Commissione Parlamentare Antimafia.
La morte di Impastato, che aveva appena trent’anni, venne presentata in un primo tempo come suicidio compiuto dal giovane pentito di avere compiuto un atto terroristico.
E ci furono militari  come l’allora maggiore Subranni che, interrogato dalla commissione parlamentare confermerà la pista del suicidio. Ma indagini successive più approfondite attesteranno la visione dei fatti come abbiamo riferito all’inizio.
Un delitto sottoposto dall’inizio a un forte depistaggio a cui si opposero la madre e il fratello Giovanni e grazie all’attività del Centro Sociale di Documentazione fondato a Cinisi da Umberto Santino e da Anna Puglisi venne alla fine smascherato e illuminò l’azione di quel “sommerso” della repubblica  che aveva segnato anche la tragedia di Aldo Moro.
Da questo punto di vista non c’è dubbio che  quello di oggi sia un doppio-triste anniversario. E dovremmo sperare, non so ancora con quale fondamento che l’avvenire ci risparmi vicende  come queste (pur così diverse tra loro) e conduca a una trasparenza democratica  che purtroppo  non ha finora contrassegnato la storia repubblicana.