UNA SPENDING REVIEW EFFICACE RICHIEDE L’ATTUAZIONE DELLA STAFFETTA GENERAZIONALE

Nello Formisano
La conferenza stampa di presentazione della spending review potrebbe essere l’inizio di una nuova fase caratterizzata da maggiore determinazione nella ricerca di risorse da destinare al rilancio del processo di sviluppo.
Il governo ha investito del problema un autorevole economista, il commissario straordinario Carlo Cottarelli con un passato al Fondo Monetario Internazionale e una equipe di esperti che lavoreranno a tempo pieno alle sue dipendenze. 
Il piano esposto da Cottarelli e dal ministro Saccomanni appare, in molti punti, ampiamente condivisibile. In particolare, è apprezzabile che vengano fissati obiettivi ambiziosi, trentadue miliardi in tre anni, e che venga manifestato l’intendimento di coinvolgere tutta la pubblica amministrazione nella individuazione dei tagli, unica metodologia che possa garantire risultati adeguati.
Minore chiarezza c’è stata, però, su quali saranno i settori  sui quali si concentrerà in via prioritaria la riduzione dei costi. Il che dimostra una incertezza sull’azione concreta da svolgere che lascia perplessi. Incertezza che è confermata dalla distribuzione temporale dei tagli che sono accentuati alla fine del triennio, mentre sono molto modesti nel 2014, anno per il quale è fissato un obiettivo di soli 1,5 miliardi, pari allo 0,18 per cento della spesa complessiva della Pubblica Amministrazione. Un risultato che, data la esiguità degli importi, si potrebbe raggiungere anche con una ordinaria rimodulazione delle uscite.
Sembra quasi che Cottarelli parta da zero e che abbia bisogno di alcuni mesi  per capire dove tagliare. Sarebbe un grave errore di impostazione. Sulla spending review si sono cimentati illustri predecessori, ultimo per conto del governo Monti Enrico Bondi. Non è ipotizzabile che non ci siano delle evidenze ad hoc già utilizzabili per dare un primo indirizzo agli interventi . Cottarelli e i suoi collaboratori devono partire da lì perché uno dei principi fondamentali cui è doveroso, nonché opportuno, ispirarsi nel pubblico è la continuità della azione amministrativa.
Peraltro, questa indeterminatezza nella individuazione dei settori nei quali tagliare lascia perplessi, in quanto per conseguire risultati significativi la strada è una sola.
Certamente, sprechi ce ne sono dappertutto e, con una saggia politica di riqualificazione della spesa,  risparmi se ne possono fare in tutti i capitoli del bilancio dello Stato.
Però, le grandi cifre che servono per riequilibrare i conti del Tesoro sono realizzabili solo se si tenta di incidere su uno dei tre comparti di spesa più importanti tra i quali si suddividono le uscite dello Stato: pensioni, sanità e pubblica amministrazione.
Sulle pensioni (a parte interventi marginali sulle pensioni d’oro, problematici sul piano giuridico e ininfluenti a livello di sistema), dopo i tagli degli ultimi venti anni, non ci sono margini per ulteriori risparmi che non mettano a rischio lo stato di diritto e la stessa sopravvivenza fisica dei pensionati, senza considerare che, probabilmente, la Corte Costituzionale non consentirebbe un ulteriore massacro della categoria.
La sanità è stata anche essa sottoposta a una drastica cura dimagrante, così che, al di là di piccole limature, non ci sono margini per rilevanti riduzioni dei costi.
Rimane la pubblica amministrazione, sulla quale non si è mai riusciti a incidere in modo significativo, sia per le resistenze incontrate, sia perché il problema non è stato mai affrontato con l’approccio giusto.
È evidente che bisogna fare di più sui costi standard, sugli sprechi più o meno diffusi, sulle consulenze e su commesse e appalti. 
Ma è incontestabile che il grosso è determinato dal costo del lavoro. In questo campo non è necessario inventare nulla. È sufficiente copiare dai tanti privati che, tagliando sul personale, hanno rimesso in sesto i propri bilanci. 
Dal momento che non è ipotizzabile chiedere altri sacrifici ai dipendenti pubblici le cui retribuzioni sono ferme da anni, l’unico modo per poter ridurre i costi senza provocare una rivolta è un turn over massiccio su base volontaria con un connesso piano di mobilità che consenta di ridistribuire gli addetti fra i diversi comparti.
Il governo aveva già individuato lo strumento per intervenire, la famosa staffetta generazionale che potrebbe essere attuata sia con il part time pensionistico, sia con i prepensionamenti, con parziale sostituzione dei dipendenti in uscita.
L’iniziativa avrebbe effetti benefici anche sulla efficienza della pubblica amministrazione e consentirebbe di aprire le porte del mercato del lavoro alle nuove generazioni, con riflessi positivi sui consumi e, in conseguenza, sulla ripresa della economia.
È una operazione a saldo positivo sia sul piano economico che su quello sociale. È incomprensibile il motivo per il quale l’Esecutivo ha rinunciato finora ad attivare le relative procedure, venendo meno, peraltro, a precisi impegni nei confronti del Parlamento che, lo ricordiamo ai distratti, ha approvato sulla materia, a larga maggioranza, una specifica mozione del Centro Democratico con il parere favorevole del governo.
La tesi avanzata da qualcuno che si creerebbe una sperequazione fra i dipendenti pubblici e i privati non è fondata. I prepensionamenti per i privati sono operativi da anni e sono attualmente previsti dall’art. 4 della legge 92/2012 e dalla circolare INPS del 1 agosto 2013.
La spending review è l’ennesima occasione per riprendere il discorso e tradurlo in una iniziativa concreta che sarebbe salutare per  tutto il sistema economico. 
A patto che si faccia subito, non al termine del triennio, quando, peraltro, il governo Letta potrebbe non essere più in carica.
In economia i tempi sono importanti e la tempestività degli interventi è fondamentale sia sul piano congiunturale che su quello strutturale.