UNA LEGGE DI STABILITÀ ESPANSIVA. MA BISOGNA FARE DI PIÙ PER OCCUPAZIONE E CRESCITA

Matteo Renzi
La legge di Stabilità è stata approvata ma il testo non è ancora disponibile. Tuttavia, qualche considerazione preliminare è possibile, alla luce delle anticipazioni del Presidente del Consiglio e dei ministri competenti.
Fatta questa premessa e con riserva di una più approfondita analisi quando la proposta di legge sarà nota nella sua interezza, alcune valutazioni di massima sono doverose.
La filosofia della legge è condivisibile. Il governo si è posto l’obiettivo di rilanciare l’economia utilizzando tutti i margini consentiti dai conti pubblici, dai vincoli europei e dai condizionamenti dei mercati.
Però, se sull’obiettivo c’è convergenza sostanzialmente unanime, non altrettanto si può dire per quanto riguarda gli strumenti messi in campo.
Le misure preannunciate sono sicuramente espansive. Però, sono tutte concentrate sul taglio del cuneo fiscale contributivo. La riduzione dell’IRAP, l’estensione degli ammortizzatori sociali, soprattutto l’azzeramento dei contributi per i neo assunti, e, su un altro piano, la stabilizzazione dei precari della scuola sono, tutti, provvedimenti sui quali si registrano consensi generalizzati. Provvedimenti che, sicuramente, porteranno  a un aumento dei lavoratori a tempo indeterminato, anche se, in parte, si tratterà di trasformazione di contratti a termine. L’effetto espansivo è, comunque, assicurato, in quanto i lavoratori stabili hanno una propensione al consumo più elevata dei precari.
Così come la riduzione dei costi comporta un miglioramento della competitività delle imprese con riflessi positivi sulle esportazioni.
Però, il problema primario della nostra economia è la domanda interna. Se non riprendono i consumi  non potrà esserci ripresa, né produttiva né occupazionale. Ipotizzare che la domanda estera possa sostituire in misura rilevante la domanda interna è, stante la attuale situazione dei mercati internazionali, assolutamente velleitario.
Perciò, per raggiungere gli effetti sperati, la riduzione del cuneo fiscale dovrebbe essere promossa contestualmente al rilancio dell’economia,  in quanto solo questo mix di interventi potrebbe assicurare una accelerazione dello sviluppo.
Invece, una riduzione del costo del lavoro in presenza di una economia stagnante rischia di tradursi in un aumento degli utili aziendali fine a se stesso  e, magari, in movimenti di capitali indesiderati.
Nessun imprenditore avveduto, pur in presenza di costi in diminuzione, fa nuovi investimenti o aumenta la produzione, se la domanda è ferma o addirittura in calo e non consente di vendere la produzione aggiuntiva.
Su questo fronte la manovra, almeno secondo i dati al momento conosciuti, promette ben poco.
Anche perché i margini sono molto ristretti. Gli economisti che non sono proni ai vincoli di Maastricht sollecitano un forte aumento del deficit, almeno al 4,5 per cento sulla scia della Francia, in quanto, secondo le teorie economiche tradizionali, solo una massiccia immissione di nuove risorse può rimettere in moto l’economia e rilanciare produzione e occupazione. In realtà, questa è una strada non percorribile, non tanto per le reazioni di Bruxelles, quanto per le ripercussioni dei mercati finanziari che potrebbero riportare la spread ai livelli del 2011 quando arrivò a 575 punti base con i tassi sui titoli di Stato decennali al 7 per cento.
L’alternativa possibile è rilanciare l’occupazione a tempo indeterminato, anche con un salario di ingresso ridotto, prepensionando, ad esempio, lavoratori anziani e sostituendoli con neo assunti. La maggiore propensione al consumo dei redditi bassi farebbe ripartire la domanda e, in conseguenza, la produzione e l’occupazione.
Non è una ricetta rivoluzionaria. E’ l’aggiornamento e l’adattamento alla realtà degli anni 2000 delle teorie keynesiane che trassero il mondo occidentale fuori dalla crisi del 1929 e che sono passate di moda solo per il predominio della speculazione finanziaria internazionale e per l’asservimento degli economisti.
La legge di Stabilità non propone soluzioni nemmeno per il secondo grande problema del nostro  Paese, il debito pubblico. Anche in questo caso ci sarebbero misure idonee ad alleggerire la tensione. Prima fra tutte, la vendita e/o la valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato, degli istituti previdenziali e degli enti locali.
Provvedimenti in tal senso sarebbero altamente significativi sia per le ricadute sulla finanza pubblica sia sotto il profilo politico. I giornali riferiscono con continuità notizie di immobili pubblici locati a 10 o 15 euro al mese. In una Italia chiamata a sacrifici senza precedenti non è accettabile il permanere di queste aree di privilegio che riguardano, peraltro, spesso, ambienti impresentabili e interessi indifendibili.
Per concludere, su questi due punti fondamentali, domanda interna e debito pubblico, al momento, non ci sono interventi di rilievo. In conseguenza, la legge è molto meno efficace sul piano del rilancio della crescita produttiva e occupazionale e del risanamento dei conti pubblici. 
È da sperare che in sede parlamentare siano introdotti quei correttivi che, senza stravolgerne l’impianto, sanino le carenze della proposta approvata dal Consiglio dei Ministri e rendano la legge più rispondente alle esigenze dell’ economia e alle annunciate finalità espansive, in coerenza, peraltro, con gli intenti manifestati dall’Esecutivo.