SULLA PREVIDENZA UN DIBATTITO FARRAGINOSO E INCONCLUDENTE. NECESSARIE DECISIONI URGENTI SU PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE

Sede INPS

Continua la confusione nel dibattito sul sistema previdenziale. Le posizioni dei responsabili istituzionali sono vaghe e contraddittorie. Ci sono contrasti fra il Ministero del Lavoro, il Ministero dell’economia, il Presidente dell’INPS, i tanti consulenti di palazzo Chigi, i presidenti delle Commissioni parlamentari. 
Si torna a parlare per l’ennesima volta di flessibilità in uscita, di modifiche alla Fornero, di staffetta generazionale.
Ma la sensazione è che si tratti di parole in libertà. Non c’è uno studio serio che metta qualche punto fermo a una discussione infinita. Sono anni, ormai, che va avanti un rimpallo di opinioni inconcludente, senza che venga presa nessuna decisione.
Ora sono in primo piano le esternazioni di Tito Boeri che è arrivato alla conclusione che c’è un collegamento fra il blocco della flessibilità in uscita e l’aumento della disoccupazione giovanile. Apprezziamo la posizione del Presidente dell’INPS anche se non possiamo dimenticare che quando il ministro Giovannini sostenne con forza la staffetta generazionale l’allora economista Boeri fu uno di coloro che con maggiore convinzione la contrastarono.
Ora ha cambiato opinione.  Ma quelle posizioni, la sua e quella di tanti altri, hanno fatto perdere tre anni nell’affrontare un problema che non è diventato urgente oggi, ma era urgentissimo già ieri e l’altro ieri.Ora è improcrastinabile una decisione immediata sulla staffetta generazionale per evitare, come ha detto il Presidente della BCE Mario Draghi, che la generazione meglio istruita diventi una generazione perduta. 
Al di là della polemica spicciola, quello che preoccupa e non induce all’ottimismo è la mancanza di visione strategica.
La riforma delle pensioni è una scelta di politica economica che ha riflessi non solo sull’occupazione, ma anche sulla produttività aziendale, sulla efficienza della pubblica amministrazione, sulla domanda interna, sulla crescita del PIL e sulla demografia dei prossimi cinquanta anni. 
Ridurre una riforma del genere a un problema di cassa è, nella migliore delle ipotesi, un esempio di miopia. 
C’è un secondo motivo di preoccupazione. Le giravolte e i capovolgimenti di fronte di esperti, politici e opinion makers sono al limite di ogni coerenza logica e metodologica. Sorge il dubbio che ci siano dei condizionamenti che rimangono sullo sfondo. 
La Segretaria della CGIL Susanna Camusso ha avanzato il sospetto che si voglia privatizzare la previdenza. Non sappiamo se il sospetto è fondato. Però, forse, sarebbe bene che chi ha scheletri nell’armadio faccia un passo indietro. Tanto per cominciare, tutti quelli che hanno avuto appartamenti dall’INPS a condizioni di favore, contribuendo a svilire  il patrimonio immobiliare dell’Istituto, acquistato con i versamenti dei lavoratori e che doveva essere amministrato nell’interesse esclusivo dei lavoratori.
E Renzi, se vuole raggiungere risultati concreti, farebbe bene a rottamare tutta la classe dirigente che, direttamente o indirettamente, è coinvolta nella gestione della previdenza e che è stata, comunque, partecipe degli indirizzi disastrosi degli ultimi anni, di cui la vicenda esodati è, probabilmente, solo la punta dell’iceberg.
Al di là delle polemiche, per dare un apporto costruttivo al dibattito pubblichiamo di seguito una analisi di un nostro esperto, Salvatore Carpentieri, che fa un esame puntuale dei conti della previdenza da cui emerge un quadro che, ovviamente, è molto diverso da quello che appare sulla grande stampa, pronta sempre a sposare le versioni ufficiali, finalizzate a coprire le responsabilità più che a risolvere i problemi (Ettore Nardi)
 
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L’analisi di Salvatore Carpentieri
 
Non finisce mai di stupire la confusione e la manipolazione sulla Previdenza che va avanti oramai da anni, ovviamente sempre  in danno o contro il nostro sistema previdenziale. 
Mi piace perciò cominciare questa veloce ma puntuale analisi riportando la conclusione sintetizzata, a marzo 2016, dal prof. Alberto Brambilla  in un approfondito studio sul nostro sistema previdenziale: “..scopriamo tuttavia che il bilancio previdenziale è quasi in pareggio .. a dimostrazione del fatto che il nostro sistema grazie alle numerose riforme che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni è stato stabilizzato e messo in sicurezza. Ciò dovrebbe indurre a maggiore prudenza coloro che propongono ulteriori riforme o tagli alle pensioni, deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà che assieme alle notizie delle basse pensioni pagate dall’Inps hanno il solo effetto di aumentare elusione e evasione contributiva e dissuadono i giovani da una corretta contribuzione.”
Eppure, anche grazie ai profluvi di esternazioni del Presidente dell’INPS e a traslucide (quando non opache) “operazioni trasparenza”  nonché all’assalto interessato di associazioni di rappresentanza assai limitata (ma evidentemente di forte peso politico) ed al tentativo di rinascita di personaggi politici estinti, che da mesi sono ancorati a poltrone di talk show quali “DiMartedì” e “Ballarò”, si vuol continuare a far passare un messaggio sulla Previdenza Italiana manipolatorio e falso sia su una ipotetica difficoltà del sistema previdenziale presente sia su una illogica e fantasiosa ingiustizia generazionale futura. 
Viene da chiedersi chi vi sia dietro tutta questa disinformazione tambureggiante e senza contrappesi! E il “cui prodest”? Il sospetto è che si voglia ancor più mettere le mani  sulle risorse dei lavoratori e dei pensionati, il più grande bacino economico del sistema italiano. Alla classe politica fa gola quel tesoro per continuare a coprire l’inettitudine e l’ignavia  nel perseguire i “furbi” dell’evasione fiscale e contributiva e della corruzione. 
E la falsa idea che cercano di inculcare nella mente degli italiani, nascondendo però cosa è la Previdenza e la sua storia, è che la pensione sia una specie di assistenza sociale, o peggio un regalo, e non un diritto letteralmente pagato dal lavoratore nel corso della propria vita lavorativa. E quindi, con questo falso sillogismo, il corollario a cui mirano è che devono essere imposti “deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà”.
Nulla di più falso!  E, al di là di quanto espone il “silenziato” (mediaticamente) studio di Itinerari Previdenziali prima citato,  questa analisi cercherà di dimostrarlo con dati di fatto e numeri reali ufficiali ed inoppugnabili. Le fonti utilizzate sono esclusivamente quelle ufficiali dell’INPS, in particolare i suoi bilanci e resoconti .
Preliminarmente è necessario (soprattutto a beneficio dei più giovani rappresentanti seduti sulle poltrone dei famosi talk show) un brevissimo excursus della storia della Previdenza a partire dalla riforma Amato del 1992. Non si tratterà in questo excursus l’aspetto della Assistenza e della sua mancata separazione, anche organizzativa ed istituzionale tra la Previdenza e l’Assistenza richiesta da decenni e mai attuata, che porta oggi a fornire indici statistici falsati dell’incidenza delle pensioni rispetto agli altri Paesi OCSE. Questo è un tema notevole, ma richiede una discussione a parte.
Al momento della riforma Amato del 1992 la Previdenza Obbligatoria Pubblica si divideva in 2 grandi filoni: quello dei Lavoratori privati e dei dipendenti di aziende private, affidata all’INPS, e l’altro dei dipendenti pubblici e di Aziende Pubbliche (Telefonia, energia, trasporti, etc), affidata a vari Enti. Le differenze sostanziali, in termini pratici, tra le 2 gestioni erano:
1. le Aziende private ed i lavoratori privati versavano all’INPS i contributi previdenziali, in ragione di quanto era previsto per legge, mentre per i lavoratori pubblici interveniva direttamente lo Stato, nelle sue articolazioni, solo al momento di onorare l’impegno assunto con il dipendente pubblico di erogare una pensione calcolata sulla base della sua retribuzione. Questi ultimi perciò erano a completo carico dello Stato, e quindi della fiscalità, e non avevano alcun corrispondente versamento contributivo.
2. I requisiti pensionistici per i lavoratori privati erano 60 anni di età e 15 anni di contributi minimi per la pensione di vecchiaia oppure 35 anni di contributi indipendentemente dall’età. Per i Lavoratori civili e militari dello Stato vi era un trattamento di estremo favore, la cosiddetta baby-pensione, in virtù del DPR 1092/1973 del Governo Rumor che prevedeva il trattamento pensionistico con 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli; 20 anni per gli statali; 25 per i dipendenti degli enti locali. Un trattamento di estremo favore, da valutare quasi come voto di scambio dei Governi DC dell’epoca.
La riforma Amato aumentò da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini l’età di pensionamento elevando la contribuzione minima a 20 anni. Il calcolo era sempre retributivo ma su una media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni. 
La successiva riforma Dini del 1995 rivoluzionò totalmente il metodo di calcolo delle pensioni passando dal sistema retributivo a quello contributivo, mentre gettò le basi della individuazione dell’età pensionabile in funzione dell’aspettativa di vita. A partire dal 1996 anche gli Enti dello Stato erano obbligati a versare i contributi all’INPDAP. In pratica terminava l’epoca del carico previdenziale in capo al Ministero del Tesoro per le pensioni dei dipendenti pubblici. 
Il Governo Prodi, nel 1997, eliminò le residue differenze tra settore pubblico e privato che vennero così uniformati sia nell’aspetto della contribuzione che dei requisiti pensionistici. Le casse previdenziali restarono, però, separate ed indipendenti. 
Alla fine degli anni ’90, a causa della privatizzazione delle aziende pubbliche di servizi i relativi fondi speciali pensionistici di varie categorie (telefonici, elettrici, trasporti, Ferrovie, etc..) furono forzatamente assorbiti nell’INPS, pur se con evidenza contabile separata nell’ambito della gestione del Fondo Lavoratori Dipendenti Privati (FLDP), senza che all’INPS fosse riconosciuta la giusta copertura pluriennale dei costi da parte dello Stato derivanti dalle pensioni ancora risultanti in erogazione o da erogare, secondo regole più favorevoli  per quei fondi, già da tempo fortemente squilibrati tra contributi ed erogazioni
Dal 1997 vengono così a pesare gravemente, come vedremo, i fondi speciali delle ex-Aziende Pubbliche sul fondo INPS FLDP (Fondo Lavoratori Dipendenti Privati).  Ma il carico dell’INPS viene ulteriormente appesantito con la legge di stabilità del 2004 che prevede l’assorbimento “sic et simpliciter” dell’INPDAI, cassa privata dei dirigenti d’azienda, ampiamente sull’orlo del fallimento per una gestione di enorme favore, facendo così felice Confindustria e la casta imprenditoriale, in danno dei “cipputi”  però.
La contemporanea riforma Maroni ridisegnò i requisiti per le pensioni di anzianità e quella Sacconi del 2010 diede attuazione alla correlazione con l’aspettativa di vita.
Infine venne la riforma Fornero del 2011 .. ed è storia odierna.
Ma vediamo qualche riferimento giuridico del contesto previdenziale.
La Corte Costituzionale ha più volte ribadito alcuni concetti fondamentali dei diritti del cittadino rispetto alle pensioni previdenziali:
• Non può essere modificata, senza un periodo significativamente ampio di transizione, l’attesa pensionistica delle persone poiché si frustrerebbe “così anche l’affidamento del cittadino nella sicurezza pubblica che costituisce elemento fondamentale ed indispensabile dello Stato di diritto” (sent. C.C. 822/1988) 
•Più sentenze hanno ribadito il carattere di “retribuzione differita”  della pensione (208/2014, 116/2013 etc.) 
•Più sentenze hanno ribadito che l’eventuale modalità di mancata indicizzazione non deve mettere a rischio il livello di adeguatezza della pensione 
La ormai famosa sentenza della Corte Costituzionale, che ha bocciato il blocco della indicizzazione  per le pensioni superiori a 3 volte il minimo, previsto dal comma 25 dell’art. 24 della L. 214/2011 (la manovra Fornero), ha fissato ancora una volta limiti precisi alla libertà del legislatore in materia:
• Deve essere evitata la sospensione dell’indicizzazione a tempo indeterminato e la sua reiterazione poiché ciò entra in collisione con i principi di ragionevolezza e proporzionalità  in quanto le pensioni potrebbero non essere sufficientemente difese
• Le eventuali sospensioni dell’indicizzazione non possono incidere sui trattamenti complessivamente intesi ma solo sulle fasce di importo. In pratica tutte le pensioni devono essere adeguate sulla base delle percentuali di adeguamento per fasce di importo. Tanto più in quanto il blocco incide definitivamente sulle rivalutazioni future.
• Il legislatore non può derogare dai parametri di ragionevolezza e le sue scelte sono vincolate al rispetto dei parametri costituzionali 
• Non possono essere intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost. 
I principi della Corte sono chiari e non sembra proprio che il Decreto Legge 65/2015, varato dal Governo, abbia completamente atteso alle sue indicazioni. D’altra parte risulta che già alcuni Tribunali abbiano inviato il Decreto Legge alla Corte Costituzionale. Indipendentemente dagli esiti è palese che questi rinvii alla Corte sono il segnale di un comportamento della politica anomalo nei confronti dei diritti dei cittadini, in questo caso dei lavoratori e pensionati.
Ma facciamo un attimo di comprensione sul significato di un sistema previdenziale. E’ necessario farlo poiché una seria analisi deve capire qual è il contesto vero, che non è solo economico ma anche di diritti e di solidarietà, basati sul sistema previdenziale adottato. 
I sistemi pensionistici possono essere a ripartizione, in cui i contributi versati dai lavoratori attivi sono destinati a pagare le pensioni attuali, oppure a capitalizzazione, in cui i contributi versati sono investiti sul mercato dei capitali. Nel primo caso è evidente che il versamento dei contributi fa sorgere il diritto del lavoratore attivo al pagamento di una pensione secondo regole e tempi definiti, mentre nel secondo caso i contributi del lavoratore saranno accumulati ed investiti sul mercato dei capitali con il relativo rischio e determineranno il valore di erogazione della pensione. Il primo è solidaristico tra generazioni mentre il secondo è individualistico.
Il nostro sistema previdenziale è a ripartizione e questo vuol dire che nel momento in cui il lavoratore versa i contributi acquisisce un chiaro diritto futuro! D’altra parte chi oggi riceve una pensione previdenziale, non assistenziale, ha versato una certa quantità di contributi nel corso della sua vita lavorativa. 
Detto che il fondo dei parasubordinati è notevolmente in attivo per circa 7.250 mln, se facciamo riferimento a quanto riportato nella previsione di bilancio 2016 dell’INPS, vedremo quanto le diverse situazioni dei fondi a contabilità separata presentano aspetti davvero sorprendenti. 
Come accennato precedentemente, se il Fondo Lavoratori Dipendenti presenta un passivo di circa 3 mld nel 2016, il peso di tale passivo è totalmente dovuto al peso caricato su tale gestione INPS con i fondi delle ex-aziende pubbliche, per una passività totale di circa 4,15 Mld a fronte di circa 280.000 pensioni, e dell’ex previdenza dei Dirigenti di azienda, per una passività di circa 4 mld a fronte di sole 128.000 pensioni. Il fondo dei Lavoratori dipendenti privati, quello di operai ed impiegati già esistente prima della riforma Dini del 1995, presenta invece un attivo costante che quest’anno è pari ad oltre 5 mld di euro, a fronte di circa 8.500.000 di pensioni, ma che in totale dal 2004 ha portato ben oltre 80 miliardi di euro! La foto di questa situazione già fa comprendere come le precedenti operazioni dello Stato per mantenere in vita il funzionamento dei suoi fondi pensione e di quelli della dirigenza di azienda, nel silenzio generale, sia stata fatta totalmente in danno dei “cipputi”. In pratica questi ultimi versano da anni un “occulto” contributo di solidarietà verso pensioni medie più alte delle loro da 2 a 4 volte! 
La correttezza, quanto meno  morale, avrebbe dovuto assicurare che la copertura di tali istituti previdenziali fosse garantita da un contributo di solidarietà, magari anche con il supporto delle Aziende, nell’ambito esclusivo dell’ex-INPDAI, ricordiamo ex cassa privata, (che dal 2004 in INPS ha totalizzato perdite per oltre 38 miliardi di euro) e di una copertura costante delle perdite dei fondi ex-aziende pubbliche (trasporti, elettrici e telefonici che dal 2004 hanno totalizzato perdite per oltre 49 miliardi) da parte dello Stato fino al suo totale riequilibrio nell’ambito dell’INPS, così come invece è previsto solo per il Fondo Ferrovieri.  
Sintetizzando, dal 2004 ad oggi, nell’ambito del solo fondo AGO-FLDP sono state trasferite “forzosamente” entrate contributive di operai ed impiegati per oltre 80 miliardi di euro verso le pensioni di dirigenti d’azienda privata, elettrici, telefonici  e autoferrotranvieri: una somma enorme! D’altra parte questi fondi assorbiti dall’INPS presentano un rapporto attivi/pensioni ben inferiore ad 1, addirittura elettrici ed ex-INPDAI inferiori a 0,35 (ovvero 1 lavoratore per 3 pensionati) a fronte di un rapporto di 1,43 dei lavoratori dipendenti, cioè ben 5 volte migliore.
Ma tornando ai conti dei fondi previdenziali in ambito FLDP, tutto ciò che abbiamo detto finora vale al netto dei versamenti obbligatori per le “prestazioni temporanee dei lavoratori dipendenti” che risultano anch’esse in attivo per il 2015 di oltre 1,5 miliardi!
Gli altri fondi di Artigiani, Commercianti e Coltivatori Agricoli risultano in forte e costante perdita, che nel solo 2016 è valutata rispettivamente in 5,7, 1,53 e 3,8 Miliardi, mentre complessivamente nel periodo 2014-2016 in 16,1, 2,9 e 11,5 miliardi. Cifre da capogiro la cui spiegazione sembra risiedere in 2 fattori: aliquote contributive di assoluto favore rispetto a quella del 33% dei lavoratori dipendenti e l’impossibilità di certezza del reddito a base della contribuzione. 
Infatti se Commercianti ed Artigiani si avvantaggiano di una aliquota poco sotto il 22%, nel comparto agricolo addirittura si arriva ad una aliquota contributiva agevolata anche inferiore al 14%. 
Ma, facendo il rapporto attivi/pensioni (indice fondamentale della stabilità di un fondo) mentre il fondo Agricoltori presenta un deficitario rapporto di 0,39, Artigiani e Commercianti fanno registrare un rapporto ben superiore ad 1 che, per i Commercianti, è addirittura di 1,58. Appare evidente quindi che qui i 2 fattori presunti si combinano inevitabilmente a segnalare redditi dichiarati di tali categorie in caduta libera. 
Sembrerebbe che il combinato disposto tra aliquote contributive  privilegiate e dichiarazioni reddituali altrettanto in discesa portino ad avere un plafond di attivo contributivo assolutamente insufficiente per tali categorie. Certo, è fortissimo il dubbio che questa non sia la realtà, ben conoscendo il valore ufficiale, calcolato da ISTAT e Corte dei Conti, dei redditi sommersi in Italia prossimi ai 400 miliardi all’anno, corrispondente ad una evasione fiscale di oltre 150 Miliardi/anno, nonché la graduatoria dei redditi dichiarati per categoria di lavoratori che ogni anno ci fa tutti indignare.
Ma ancora non basta poiché dall’INPS  si apprende che per il 2016 l’accantonamento nel fondo svalutazione crediti sarà pari a 7,12 miliardi e l’ammontare complessivo del fondo di svalutazione salirà a ben 56,253 miliardi, pari ad una svalutazione media totale del 53,9%, raggiungendo punte di svalutazione di ben oltre il 60%.  
Infatti l’INPS vanta crediti contributivi totali (cioè accertati) accumulati per oltre 104 miliardi  di euro ma già è quasi certa di non recuperarne almeno 56. Si nota, inoltre, che a fronte di un aumento dei crediti contributivi nel 2016 di 8,85 miliardi iscrive ben altri 7,6 al fondo svalutazione, con la conseguenza di un differenziale di recuperabilità di appena 1,2 miliardi. In pratica, una stupefacente dichiarazione di resa con una svalutazione del credito di oltre l’85%! Non sappiamo se per colpa dello Stato o per colpa dell’INPS! 
Le somme in gioco solo per il mancato recupero sono enormi, dell’ordine di una manovra finanziaria annua! E ben più del salvataggio delle 4 banche popolari di recente notorietà! 
Non è chiaro se è perché l’INPS non ha strumenti adeguati per il recupero o perché sono crediti considerati perduti in partenza. Nel primo caso sarebbero da mettere urgentemente in campo norme che consentano all’INPS l’immediata vendita del credito a banche, anche a valori svalutati del 20-30% oppure ad operatori specializzati. Oppure potrebbe essere adottato un provvedimento che preveda una copertura fideiussoria a fronte del mancato versamento della contribuzione o della sua rateizzazione, per evitare l’immediata azione forzata. Questo per quanto riguarda la contribuzione dichiarata e non versata. 
Ancora più preoccupante è quello dell’evasione totale della contribuzione vuoi per mancate dichiarazioni vuoi per il fenomeno del lavoro nero. Secondo la CGIA di Mestre ci  sarebbero in Italia 1 milione e 860 mila lavoratori in nero per un mancato gettito previdenziale di 14,2 miliardi di euro, a cui devono aggiungersi circa 9 miliardi di mancato introito IRPEF. In totale, fra evasione fiscale e contributiva, vanno perduti, ogni anno oltre 25 miliardi di euro. E resta perciò davvero sorprendente che il Governo, con dati di queste dimensioni e con un problema economico che danneggia oltre 15 milioni di italiani, ignori la necessità di correzione di questa realtà ed abbia addirittura elevato il limite di evasione che ricade in reato penale!! 
Nel caso invece che l’INPS abbia gli strumenti ma non li adoperi, o non sia in grado di adoperarli, davanti a una simile assurdità occorrerebbe un intervento diretto delle autorità di vigilanza e di controllo.
Una specifica considerazione merita l’aspetto delle Casse dei Dipendenti Pubblici (ex- INPDAP) accorpate in INPS con la riforma Fornero.
Dalla storia previdenziale pubblica, come per i Fondi delle ex aziende di Stato che presentavano trattamenti “agevolati”, anche per l’INPDAP la criticità economica è evidente laddove il rapporto attivi/pensioni è di 1,10 con pensioni medie più che doppie rispetto a quelle dei lavoratori dipendenti. Infatti il bilancio preventivo 2016 mostra un deficit di 5 miliardi, imputabili però in quasi totale misura alla cassa CPDEL degli Enti Locali. Andrebbe indagato questo aspetto, a fronte dei tagli orizzontali apportati alle spese degli Enti Locali dai governi succedutisi nel tempo. Potrebbe essere che i tagli di spesa richiesti non siano corrispondenti ad effettivi miglioramenti di efficienza, bensì siano stati posti occultamente a carico di lavoratori. In pratica una tassazione occulta su una base non egualitaria, sostanzialmente incostituzionale. 
Dalle considerazioni svolte fin qui sorge anche un altro quesito fondamentale per comprendere cosa sia successo e cosa sta succedendo al sistema previdenziale pubblico. Negli anni passati è evidente che il surplus dei fondi (che ricordiamo dovevano essere a contabilità separata per legge) avrebbe dovuto essere investito e l’INPS aveva un enorme patrimonio immobiliare di cui l’utente, il cittadino, non sa la fine. Alcuni dei politici che si siedono nei talk show per parlare di pensioni certamente ne conoscono qualche aspetto, magari anche per motivi personali. Ma la domanda è: tutta la massa finanziaria degli anni passati come è stata utilizzata ed investita? Ed il patrimonio immobiliare che fine ha fatto e con che vantaggi per l’INPS? Gli scandali riguardanti gli immobili di Enti Pubblici ci perseguitano con assiduità da almeno 2 decenni. Ricordate il caso dell’immobile della Cassa Previdenziale degli Psicologi comprato ad un prezzo e venduto al doppio, nel giro di poche ore con un danno enorme alla Cassa Previdenziale?
Infine un’ultima considerazione sorprendente per  tutto ciò che abbiamo mostrato nell’analisi dei bilanci INPS fin qui fatta, e che sembra dimostrare un tentativo di minare la struttura stessa della Previdenza Pubblica, magari avendo scopi indicibili in favore di quella privata. Ebbene la spesa pensionistica di natura previdenziale al netto della partita di giro dell’IRPEF, sulla base delle declaratorie delle funzioni EUROSTAT, risulta in attivo di circa 10 Miliardi. La conseguenza di una corretta ripartizione degli aspetti Previdenziali da quelli Assistenziali determina un’incidenza della spesa pensionistica effettiva al 10,72% del PIL, come quella degli altri paesi UE, e non del 15,46% come maldestramente (o volutamente?) viene contabilizzata la spesa pensionistica italiana. Conferma il prof. Brambilla che “Con un conteggio corretto saremmo assolutamente allineati alla media europea”! 
Bisognerebbe poi affrontare e scandagliare la spesa per Assistenza erogata dall’INPS, a cominciare dalle pensioni di invalidità, e dei relativi scandali, fino alle indennità di malattia o di accompagnamento. 
Ma questo sarà, magari, oggetto di un intervento successivo.
                                                                                                                          Salvatore Carpentieri