STRAGE DI CAPACI IN CUI FU UCCISO GIOVANNI FALCONE: OTTO NUOVI ARRESTI

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L’OPINIONE

di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Venti anni dopo la strage di Capaci in cui il 23 maggio 1992 persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e  i cinque agenti della scorta –  sulla base delle dichiarazioni di  alcuni collaboratori di giustizia, come Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina – con perquisizioni svolte in varie città italiane, grazie all’indagine condotta dal procuratore nisseno Sergio Lari e dal procuratore aggiunto Domenico Gozzo, sono state notificate ordinanze di custodia cautelare in carcere a otto persone già detenute. Tra i colpiti dal provvedimento ci sono Salvo Madonia, capo della cosca dei Brancaccio, determinante nella organizzazione della strage, già detenuto al carcere duro e ancora in carcere e Cosimo D’Amato, un pescatore di Santa Flavia (Palermo) finito in manette nel novembre scorso su ordine dei pubblici ministeri di Palermo e di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del 1993. Secondo gli inquirenti D’Amato avrebbe fornito l’esplosivo (recuperandolo da residuati bellici che erano in mare) utilizzato in seguito  per gli attentati di Roma, Firenze e Milano.

La nuova accusa dei pm di Caltanissetta è di aver procurato alle cosche anche il tritolo per l’eccidio di Capaci e questo farebbe pensare a un coordinamento, a lungo sospettato, tra le associazioni mafiose italiane o in genere fra quelle che operano nel Mediterraneo e imporrebbe di lavorare nello stesso braccio di mare.
Gli altri arrestati sono stati Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, tutti in carcere da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia e per omicidio.
Ad oltre vent’anni di distanza vengono alla luce novità rilevanti su quel terribile attentato – di cui nessuno aveva parlato prima – e determinanti sono state le rivelazioni del collaborante Giovanni Brusca che ha guidato il commando che con la collaborazione del cugino Pietro Rampulla, estremista di destra ed  esperto di esplosivi, aveva  piazzato i duecento chili di tritolo necessari per l’attentato.
“Ricordo  che un mese prima della strage di Capaci, Fifetto Cannella mi chiese di procurargli una macchina voluminosa per recuperare delle cose. Ci recammo pertanto con l’autovettura di mio fratello nella piazza Sant’Erasmo di Palermo dove incontrammo Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro e dove avremmo dovuto incontrare Renzino Tinnirello, il quale però tardò ad arrivare.
Ci recammo quindi a Ponticello ove trovammo un certo Cosimo e assieme a lui ci recammo su un peschereccio attraccato al molo da dove recuperammo dei cilindri delle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Al loro interno vi erano delle bombe.
I magistrati che indagano sulla strage di Capaci affermano di “aver squarciato il velo d’ombra  nel quale erano rimasti alcuni personaggi, mai prima sfiorati dalle inchieste sull’eccidio. “Ma – afferma il procuratore Sergio Lari – non sono emerse responsabilità di soggetti esterni a Cosa Nostra.”  
Eppure, proprio dalle prime notizie che emergono dalle indagini, si è colpiti dalla presenza di un estremista di destra abbastanza noto come Pietro Rampulla, che collabora alla preparazione della strage, e dal collegamento molto stretto tra le stragi che colpirono i due giudici simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e le stragi del 1993 per le quali a quanto pare tanti si mobilitarono dalla parte delle istituzioni e da quella delle associazioni mafiose per una trattativa, prima, e per una tregua poi che fece cessare le stragi e condurre ahimè alla vittoria del populismo (e in particolare di quello guidato da Silvio Berlusconi  nel nostro paese).
C’è da chiedersi se potremo uscirne dopo il forte stallo che caratterizza in questo momento la nostra vita politica.