STOP A COTTARELLI. NO A TAGLIO DELLE PENSIONI

Matteo Renzi
Matteo Renzi ha fatto bene a liquidare il lavoro di Carlo Cottarelli come una semplice esercitazione tecnica. Una esercitazione che, peraltro, mostra limiti e palesa errori ingiustificabili proprio sul piano tecnico.
La prova è che l’operazione più significativa ipotizzata è il taglio delle pensioni.
Ma, per tagliare le pensioni non c’era bisogno di nominare un super tecnico con esperienze al Fondo Monetario Internazionale. Sarebbe stato sufficiente un qualunque usciere di Palazzo Chigi. 
Anzi, l’usciere di Palazzo Chigi probabilmente, avrebbe fatto un lavoro più corretto, in quanto si sarebbe preoccupato di leggere le ultime sentenze della Corte Costituzionale in materia e avrebbe coltivato dubbi sulla legittimità dell’ennesimo contributo di solidarietà. Provvedimento che, tra l’altro, non appare strutturato secondo criteri razionali e sorretto da motivazioni adeguate. 
Tanto per fare un esempio, Cottarelli fissa in 26.000 euro il livello di assegno previdenziale da assoggettare al contributo di solidarietà. Ma perché fermarsi a 26.000 euro e non estendere la misura anche quelle che vanno oltre i 10.000 euro o, invece, limitare il taglio a quelle superiori a 50.000? E perché colpire le pensioni di reversibilità e quelle di guerra. 
Le scelte tecniche vanno motivate rigorosamente sul piano tecnico. Quelle di Cottarelli non sono motivate, a meno che l’unica motivazione non sia di arrivare in qualche modo, anche colpendo a casaccio, a una cifra predeterminata. 
Anzi, sembra quasi che il Commisario abbia deciso di modificare, “de facto” la Carta costituzionale stabilendo il principio della regressività della imposizione fiscale visto che, quale che sia il modo in cui vogliamo chiamarli, i contributi di solidarietà non sono altro che una forma di tassazione a carico solo di alcune categorie.
Ma, soprattutto, la scelta di Cottarelli, non ha alcun senso sotto il profilo economico. Il punto critico delle finanze dello Stato non é il deficit ma il debito. Invece, le sue iniziative vanno ad incidere sul deficit e solo indirettamente e in misura marginale sul debito.
Inoltre, al di là delle dimensioni del debito, il vero grande problema della economia italiana è la debolezza della crescita. Che sarebbe ulteriormente penalizzata dal piano di spending review in quanto ne deriverebbe un impatto negativo sui consumi, con ripercussioni non favorevoli su investimenti, occupazione e crescita.
Altro esempio di scelta immotivata sono i risparmi a danno dell’apparato di pubblica sicurezza. 
Al di là del merito dei tagli su cui ci sarebbe molto da discutere, chiunque conosca la pubblica amministrazione sa bene che i settori da colpire in via prioritaria non sono certamente le forze di polizia.
E, comunque, è l’approccio che è sbagliato. Una spending review seria si fa non andando alla ricerca di dipendenti privi di mansioni, fenomeno che magari esiste pure, ma è assolutamente marginale, bensì abrogando o modificando procedure e adempimenti inutili (che spesso sono anche vessazioni contro i cittadini) ed eliminando le relative posizioni lavorative.
Senza inventare nulla di nuovo, sarebbe stata una scelta intelligente riprendere, approfondire e articolare sulle strutture e sul territorio il lavoro iniziato per il primo governo Prodi dall’allora ministro Bassanini.
Immaginare che un marziano, senza nessuna conoscenza della nostra pubblica amministrazione potesse fare meglio è una ipotesi velleitaria che può produrre solo danni.  
In conclusione, la ricetta di Cottarelli – ricetta, tra l’altro,  molto costosa visto che il commissario gode di emolumenti pari a 258 mila euro l’anno – non solo non risolve alcun problema ma ha l’effetto di peggiorare la situazione.
Però, Renzi deve essere conseguente. Una volta bocciate le idee del Commissario deve necessariamente sostituirlo con grande rapidità, in quanto una spending review – ma una spending review fatta bene – è, comunque necessaria.
Al riguardo, appare evidente, dopo venti anni di insuccessi, che, a meno di ricorrere ai famigerati tagli lineari di Tremonti, sia necessario percorrere strade innovative.
Ad esempio, con una spending review dal basso, in cui siano i capi degli uffici a indicare come, dove e quanto tagliare, convincendoli a farlo con congrue incentivazioni.
Oppure, con una staffetta generazionale su basi volontarie, che consentirebbe di ridurre drasticamente i costi del personale, senza contraccolpi sociali e senza traumi. Un operazione sperimentata già con grande successo in molti settori del privato e che avrebbe, a costo zero, un impatto positivo elevato sui consumi e, quindi, sulla debole ripresa economica di questi primi mesi del 2014.
Così come sarebbe vantaggiosa per i consumi, e, quindi, per la ripresa economica,  una redistribuzione del reddito in favore delle fasce di popolazione con una propensione al consumo più alta. Redistribuzione che, ovviamente andrebbe perseguita con misure rispettose dei principi costituzionali e della economia di mercato.
Infine, Renzi, a quanto emerge dalle sue dichiarazioni, ha intenzione di attuare un massiccio turn over fra i top manager e nelle posizioni di vertice della burocrazia statale. Intento pienamente condivisibile in quanto la burocrazia e il management pubblico sono formati da persone non particolarmente qualificate, scelte, nella migliore delle ipotesi, per la vicinanza al potere, il cui scopo principale è acquisire e rafforzare privilegi e prebende anche a costo di rendere sempre più complessa la giungla di adempimenti inutili e farraginosi che ingabbia i cittadini e l’economia.
Intento lodevole che, però, potrebbe raggiungere lo scopo solo se le scelte saranno fatte sulla base della  competenza e non dell’appartenenza, per migliorare l’efficacia e l’efficienza del settore pubblico e non per asservire la burocrazia al potere politico.