STAFFETTA GENERAZIONALE, GUERRA DELLE GERONTOCRAZIE CONTRO IL GOVERNO RENZI

Tabacci e Formisano
Siamo stati facili profeti nel prevedere che sulla staffetta generazionale contro la ministra Madia si sarebbe scatenata una guerra feroce da parte di quanti difendono ad ogni costo privilegi e prebende conquistati negli anni a spese del Paese.
E ovviamente ci sono politici e giornalisti che accompagnano questa campagna contro un provvedimento che, nella sua linearità, dovrebbe avere il plauso di tutti gli osservatori.
Le premesse che lo rendono indifferibile sono quattro e tutte difficilmente confutabili. 
La prima è che la disoccupazione giovanile è giunta a livelli estremamente pericolosi sia sul piano sociale che sul piano economico. Tagliare fuori dal mercato del lavoro intere generazioni è una cosa insensata che dimostra, da sola, la miopia e la inadeguatezza della classe dirigente.
La seconda è che la pubblica amministrazione è afflitta da una patologica sclerotizzazione che impedisce qualunque efficientamento della azione amministrativa.
La terza è che c’è una ampia fascia di dipendenti pubblici colpiti dalla riforma Fornero che sono delusi, demotivati, disincentivati e che aderirebbero volentieri a un prepensionamento, pur scontando la riduzione di reddito che deriva inevitabilmente dal passaggio dallo status di lavoratore attivo a quello di pensionato.
La quarta è che lo Stato ha esigenza di ridurre i costi e – considerato che i due altri grandi capitoli di spesa, previdenza e sanità, sono stati già ridotti al minimo indispensabile – l’unica leva per ottenere risparmi immediati è proprio il pubblico impiego. Dal momento che è impensabile incidere sulle retribuzioni degli statali, ferme da anni e ormai a livello di sopravvivenza, l’unica ipotesi percorribile è la riduzione del numero dei dipendenti.
Sono considerazioni incontrovertibili di cui tutti riconoscono la correttezza, che, però, scivolano nella indifferenza generale, senza che nessun governo abbia il coraggio di adottare provvedimenti conseguenti che, anche se non esaustivi, contribuiscano ad alleviare una situazione insostenibile.
Considerazioni che hanno convinto anche la Camera dei Deputati la quale, su iniziativa del Centro Democratico, ha votato a giugno 2013 una mozione e a dicembre 2013 un ordine del giorno con i quali ha impegnato il governo ad adottare provvedimenti in favore della staffetta generazionale.
Fin qui tutto facile. Però, quando i governi hanno tentato di passare dalle parole ai fatti si è scatenata la reazione delle caste che controllano i centri di potere della pubblica amministrazione, nonché le università e i mass media. Reazione che ha già fermato l’Esecutivo di Letta e tenta, ora, di fare altrettanto con l’Esecutivo Renzi.
Le obiezioni sono sostanzialmente due: con il prepensionamento si mettono a rischio i bilanci dello Stato e si crea una discriminazione fra pubblico e privato.
La prima obiezione è talmente stupida che non meriterebbe nemmeno una risposta. Dal momento che lo Stato paga sia gli stipendi che le pensioni e che le pensioni sono inferiori agli stipendi, è evidente che il prepensionamento comporta risparmi di grande rilievo. Il Corriere della Sera ha calcolato il minore costo per ogni prepensionato in 8.000 euro. In realtà la cifra è almeno doppia in quanto i soggetti interessati alla pensione sono quelli con maggiore anzianità e con posizioni medio alte nella scala gerarchica per i quali il divario fra stipendio e pensione è molto più consistente, anche perché ci sono voci dello stipendio che non sono pensionabili. 
La seconda è, anche essa, smentita dai fatti. I prepensionamenti nel privato sono sempre stati una prassi diffusissima. In questo campo, la discriminazione, negli anni passati, è avvenuta a danno dei dipendenti pubblici. Oggi, dopo la Fornero, anche per le aziende prepensionare è più difficile, ma, comunque c’è una norma, l’art. 4 della Legge n. 92 del 28 giugno 2012 cui ha fatto seguito la circolare INPS n. 119 del 1° agosto 2013,  che ha lasciato una residuale possibilità di prepensionamento. Gli oneri sono, ovviamente, a carico del datore di lavoro che, nel caso dei dipendenti pubblici è lo Stato o l’Ente dal quale dipendono.
È evidente che ha ragione Cesare Damiano. Sarebbe meglio risolvere il problema alla radice introducendo elementi di flessibilità nella riforma Fornero, almeno per un periodo transitorio.  
Ma, nell’attesa che venga approvato un provvedimento complessivo, il prepensionamento e la staffetta sono le uniche misure che possano produrre effetti nell’immediato.
La nota più stonata è stata quella della ministra Giannini. Le sue affermazioni che “un sistema sano non ha bisogno di mandare via gli anziani per fare entrare i giovani” e che “è necessaria una alternanza costante” sarebbero accettabili se venissero da un soggetto paracadutato improvvisamente in Italia da un altro pianeta.
La ministra Giannini sa bene che il sistema non è sano e non assicura alternanza costante in quanto sono venti anni che il turn over nella Pubblica Amministrazione è sostanzialmente bloccato.
Il Presidente del Centro Democratico, Bruno Tabacci contesta alla Giannini di essere incoerente, in quanto nel luglio 2013 Andrea Romano, Capogruppo alla Camera di Scelta Civica, il suo partito, firmò un emendamento al decreto del Fare dello stesso Tabacci e di Centro Democratico che proponeva centomila prepensionamenti nella P.A. al fine di risparmiare un miliardo di euro da reinvestire in un piano di assunzioni di giovani under 30.
La contraddizione è evidente. Ma la Giannini, probabilmente, rappresenta molto più le baronie universitarie di cui è parte da sempre che Scelta Civica di cui è rappresentante pro tempore.