TORNA LA CENTRALITÀ DELLA FUNZIONE DOCENTE. TRAMONTA IL PRESIDE SCERIFFO. LA “BUONA SCUOLA” RIFORMATA

Paolo Gentiloni
Il governo ha fatto marcia indietro sulla scuola. La sollevazione dei docenti e delle famiglie, che aveva condizionato pesantemente anche il referendum costituzionale, ha indotto il nuovo ministro a introdurre due elementi di novità che attenuano le contestazioni del settore.
Il primo punto è una modifica di buon senso. Dopo l’esodo di massa di docenti con decine di anni di insegnamento alle spalle e con una età anagrafica e carichi di famiglia incompatibili con trasferimenti a centinaia di chilometri di distanza era inevitabile una sanatoria. Che, purtroppo, giunge, in ritardo e non può porre rimedio a tutti i guasti della “buona scuola”.
Molti insegnanti hanno preferito rinunciare piuttosto che sottostare ai trasferimenti capestro imposti dalla normativa, trasferimenti resi ancora più assurdi da un algoritmo non ben sperimentato che ha inserito una ampia dose di casualità nei movimenti, provocando una valanga di ricorsi, alcuni dei quali hanno avuto, anche, un riscontro giudiziario favorevole.
Ma il provvedimento che qualifica il nuovo corso è la sostanziale abolizione della chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi. Una scelta sbagliata fin dalle premesse teoriche e foriera, sul piano pratico, di disfunzioni gravissime.
La scuola non è un’azienda. Chi afferma il contrario o non conosce la scuola o non conosce le aziende.
Una capo azienda ha il potere di scegliere i propri collaboratori in quanto risponde alla proprietà dei risultati e, se fa delle scelte sbagliate, risponde con il suo posto di lavoro. Un preside che chiama docenti con criteri non corretti non risponde di nulla. L’offerta formativa alla quale dovrebbe ispirarsi nella selezione è fumo negli occhi, inidoneo ad evitare che la discrezionalità diventi arbitrio. L’unico argine contro possibili abusi è ancorare le scelte a criteri certi, oggettivi e vincolati a una rigida procedura.
Purtroppo, quella riforma è stata inventata dall’alto, senza alcuna verifica della sua rispondenza ai bisogni effettivi della scuola, senza alcun confronto con le associazioni dei docenti e delle famiglie e, ovviamente, si è scontrata, appena entrata in vigore, con una realtà completamente diversa da quella immaginata in astratto dai burocrati nel chiuso delle stanze ministeriali. Con un obiettivo, peraltro, non condivisibile.  Gerarchizzare l’istituzione scolastica, dando ai Presidi un potere di intervento e di controllo che non si concilia con l’autonomia della funzione docente e con la salvaguardia del ruolo degli insegnanti, assi portanti della libertà di insegnamento che è fondamentale per la formazione delle nuove generazioni e per la stessa democrazia.
È da sperare che il nuovo corso del governo Gentiloni, le aperture al mondo sindacale, la disponibilità al confronto con chi vive quotidianamente la realtà della scuola evitino un ulteriore degrado del sistema.
La fine del preside sceriffo e il ritorno alla centralità dei docenti sono la premessa per l’inversione di rotta. Ma per portare l’istruzione fuori dal tunnel in cui si trova da anni sono necessari massicci investimenti e la consapevolezza che la formazione dei giovani è elemento imprescindibile per la rinascita, culturale e civile, e per lo sviluppo economico del Paese.