SCONTRO SULLA POLITICA ECONOMICA NELLA UE. RENZI BACCHETTA LA GERMANIA. E, ALLA LUCE DEI PIANI DI TRUMP, SCHAUBLE APPARE SEMPRE PIÙ INADEGUATO

È di nuovo scontro sull’economia nell’Unione Europea. La polemica, questa volta, è stata innescata dal richiamo fatto dalla Commissione Europea alla Germania per l’eccessivo surplus commerciale e dal dibattito su una manovra dello 0,5 per cento di pil per favorire lo sviluppo.
Il  surplus commerciale tedesco è un problema serio che la UE ha, finora, ignorato e sul quale Berlino non accetta richiami, pur essendo causa di squilibri gravi, in quanto indebolisce in modo significativo i tassi di crescita. Mentre le violazioni delle regole di bilancio da parte dei Paesi in deficit, su cui Berlino continua a pontificare, provocano solo rischi potenziali, senza alcun danno concreto per le altre economie del’Unione.
La reazione del premier Renzi, che ha colto l’occasione per attaccare la Germania, è, quindi, pienamente giustificata, essendo il surplus tedesco un fattore che danneggia direttamente gli altri Stati e, in particolare, l’Italia.
Il governo di Roma deve continuare su questa linea e costruire un fronte anti austerity che faccia pressione su Bruxelles e su Berlino per imporre una politica più funzionale allo sviluppo.
Ovviamente, l’Italia, da sola, non è in grado di conseguire risultati, anche perché le posizioni della Germania hanno il sostegno dei Paesi del Nord Europa, nonché della burocrazia comunitaria. Renzi, quindi, dovrebbe ricercare il consenso dei paesi contrari al rigore cieco imposto da Berlino, per una politica espansiva, che è necessaria ai paesi del Sud Europa per uscire dalla crisi e che sarebbe utile anche alle economie più forti che, comunque, non sono in regime di piena occupazione e registrano sacche di sottosviluppo e squilibri sociali rilevanti.
L’Italia, invece, di inseguire una velleitaria ammissione a un fantomatico Direttorio, dovrebbe farsi portavoce delle necessità dei Paesi minori, a partire da quelli mediterranei, finora esclusi dai giochi per l’incapacità di elaborare una linea comune opposta a quella dei paesi nordici riuniti intorno alla Germania.
Peraltro, l’attenzione alla spesa, in alcune circostanze, può anche essere giustificata. Ma Schauble e i suoi seguaci predicano una austerity pro-ciclica che incontra il dissenso (per usare un eufemismo) di economisti e uomini di governo di tutti i Paesi avanzati. E che apparirà ancora più paradossale nel momento in cui Trump darà il via al preannunciato programma di investimenti di stampo keynesiano da mille miliardi di dollari, finanziato in deficit. Accanto al quale è prevista una gigantesca operazione di taglio delle tasse anche essa coperta da disavanzo di bilancio.
Una nuova linea di politica economica, di fronte alla quale lo 0,5 per cento del PIL da destinare alla crescita secondo la Commissione di Bruxelles appare troppo modesto.
Se il neo eletto Presidente USA manterrà fede ai suoi propositi l’Europa non potrà non adeguarsi, con buona pace di Schauble e degli altri talebani del rigore che, in questi anni, hanno imperversato nella UE.