SALVINI DOPO AVERE MESSO IN CRISI IL CENTRODESTRA GUARDA A GRILLO. MA I CINQUE STELLE NON ABBOCCANO

Matteo Salvini

Guardando la situazione secondo i canoni tradizionali, Salvini, nella vicenda delle candidature, ha assunto un atteggiamento non molto razionale. Il leader del Carroccio aveva già acquisito un ruolo di preminenza nella coalizione di Centrodestra. Berlusconi glielo aveva riconosciuto implicitamente almeno da un anno andando a Bologna a una manifestazione della Lega in cui era stato anche fischiato. 
La scelta di Bertolaso non contraddiceva tale ruolo. L’ex responsabile della Protezione Civile aveva accettato solo dopo che sul suo nome si era manifestato un esplicito consenso congiunto di Berlusconi, Salvini e Meloni. Consenso che Salvini ha ritirato nello spazio di pochi giorni, senza che siano intervenuti fatti nuovi che giustificassero un ripensamento.
In realtà il voltafaccia è motivato non da ostilità verso il candidato ma dalla volontà di dare una pubblica e definitiva prova del potere di interdizione della Lega costringendo Berlusconi a una umiliante retromarcia. Il che, ovviamente, ha costretto l’ex premier, messo con le spalle al muro, a reagire blindando Bertolaso.
Il risultato è che il centrodestra, secondo tutti i sondaggi, è fuori dal ballottaggio nella partita per il Campidoglio. 
Probabilmente Salvini è indifferente all’esito delle amministrative di Roma anche perché non è lontano dal vero quanto affermato da Berlusconi, che la presenza leghista sulle rive del Tevere non supera l’1,5 per cento.
Però, per uno che aspira a diventare il leader nazionale dello schieramento, non è un buon viatico assumere posizioni che finiscono con il propiziare una pesante sconfitta per il suo partito e per i partiti alleati. Peraltro, la frattura si è allargata a Torino, e, forse, anche a Napoli e ad altri centri minori. Con contraccolpi all’interno della Lega, visto che Bossi e Maroni hanno reso pubblico il loro dissenso.
Ma, chi ritiene che Salvini sia estemporaneo nelle sue decisioni si sbaglia. Il Segretario del Carroccio non è uomo di grandi strategie, ha carenze culturali evidenti. I suoi programmi sono limitati a tre parole a caratteri cubitali sulle felpe. Non ha mai avuto un lavoro, in quanto, come dice l’ex Cavaliere, nella sua vita ha fatto solo la comparsa a Mediaset. Però, in politica si sa muovere, soprattutto in quella politica di basso profilo che gli ha consentito di dare la scalata al potere nel suo partito. 
Lui sa bene che lo scontro con Berlusconi non faciliterà la sua ascesa alla guida del centrodestra. Anzi, rischia di compromettere per molti anni la stessa sopravvivenza della coalizione.
Ma Salvini, probabilmente, crede di avere un piano B. Una alleanza fra Lega e 5 Stelle per costituire un grande raggruppamento populista che sarebbe un serio aspirante al governo del Paese. Un raggruppamento nel quale la Lega, più compatta e più disciplinata non avrebbe difficoltà a imporsi ai grillini, più numerosi ma indeboliti dalle divisioni e dalla mancanza di una struttura di partito solida e riconosciuta da tutti.
Ovviamente, è un disegno miope. Non sono sufficienti la demagogia e l’ostilità all’euro per dare vita a una coalizione. Senza considerare che i 5 Stelle hanno nel loro DNA il rifiuto delle alleanze. E, comunque, non farebbero  una eccezione alla regola per un partner inaffidabile come il segretario leghista. La riprova si è avuta quando tutti gli esponenti del Movimento hanno respinto senza esitazioni le aperture in favore delle candidate grilline a Roma e a Torino.
Non è da escludere, invece, una alleanza contro, una alleanza tattica in Parlamento e nel Paese contro il Partito Democratico. Una prospettiva facile da realizzare, che potrebbe creare seri problemi all’Esecutivo, sia in occasione dei ballottaggi delle comunali, sia in occasione del referendum confermativo delle riforme costituzionali.