RENZI RIPARTA DAL SUD E DAL LAVORO. SUPERARE I PREGIUDIZI ANTIMERIDIONALI PRIMA DI CONTESTARE LE POLITICHE DELLA UE

Matteo Renzi
Lo scontro con vari rappresentanti della Germania, tra i quali  il Capogruppo del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber ha sicuramente accresciuto la popolarità di Renzi. Non siamo lontani dalla realtà se diciamo che pressoché la totalità degli italiani e la stragrande maggioranza degli europei ha apprezzato la fermezza del nostro Presidente del Consiglio.
Qualcuno ha ricordato lo scontro fra Berlusconi e Schulz, all’epoca Presidente del Gruppo socialista.
Ma i due episodi non sono comparabili. Berlusconi insultò Schulz. Renzi, invece, ha contestato le dichiarazioni di Weber dimostrandone la infondatezza sul piano teorico e la pericolosità per gli equilibri economici dell’Unione sul piano pratico, sottolineando, peraltro, il doppiopesismo dei tedeschi che richiamano le regole per gli altri e, invece, sono pronti ad infrangerle quando si trovano in difficoltà.
Ma un esercizio dialettico non è sufficiente a rovesciare la politica di cieca austerità che sta portando al disastro l’Unione europea.
Con Weber si sono schierati subito il presidente della Bundesbank  Jens Weidmann e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble dimostrando che il fronte del rigore è ancora compatto.
Per imporre un cambiamento di linea ci vorranno analisi rigorose, proposte inattaccabili sul piano economico e politico, una sapiente tessitura di alleanze e capacità comunicative non comuni. E, comunque, la battaglia è solo all’inizio.
Ovviamente, è palese che le argomentazioni dei fanatici del rigore sono pretestuose. Quando Weidmann dice che il debito non comporta sviluppo sostiene una teoria  capziosa e sostanzialmente falsa. 
Nessuno può negare che la crescita è in relazione diretta con l’incremento dei consumi. Se si riesce ad aumentare la domanda con un disavanzo pubblico contenuto il risultato è, sicuramente, ottimale in quanto si tratta di un trend sostenibile nel lungo periodo.
Ma solo un economista da bar o in mala fede potrebbe affermare che, in recessione, una riduzione dei consumi  sia preferibile a un sostegno della domanda in deficit. Come ben sanno i governanti tedeschi che, nei primi anni del 2000, hanno rilanciato la crescita proprio finanziandola con ripetuti e non autorizzati sforamenti del limite del 3 per cento.
La cosa positiva è che gli estremisti del rigore sono più deboli, in quanto anche la Merkel ha accettato la flessibilità. Ma è un concetto che deve essere tradotto in decisioni operative. E l’ambiguità dei documenti approvati finora non aiuta chi vuole il cambiamento.
Renzi dovrebbe fare richieste chiare che siano compatibili con i Trattati esistenti in quanto la procedura per cambiarli è troppo complessa e non reggerebbe alla opposizione anche di un solo Stato.
E deve, soprattutto, presentarsi all’appuntamento con l’Europa dopo avere fatto tutto il possibile a livello nazionale per uscire dalla crisi.
Schaeuble non è amico dell’Italia. Ma quando dice che non si può chiedere un aumento dei fondi europei dopo averne lasciati inutilizzati sei miliardi non si può dargli torto.
Così come non si può negare che abbia colpito nel segno quando, in passato, pressato dalle polemiche sull’egoismo dei tedeschi, abbia risposto che l’Italia, prima di lanciare accuse agli altri paesi – e in particolare alla Germania che ha appianato il divario con le sue regioni dell’Est in soli dieci anni – doveva risolvere il problema del Mezzogiorno.
La verità è che la politica economica del nostro Paese, negli ultimi venti anni, è stata prigioniera dell’ipoteca antimeridionale della Lega Nord che ha condizionato anche gli altri partiti e tutti i governi della seconda repubblica.
L’economia italiana subisce ancora, ad esempio, gli effetti dell’accordo Pagliarini – Van Miert del 1994, quando la Lega Nord e il governo Berlusconi utilizzarono la sponda dell’Unione europea per abolire gli incentivi al Mezzogiorno.
Chi fece quella manovra immaginava di sottrarre risorse al Sud per destinarle al Nord. Idea stupida in quanto gli incentivi alleviavano la disoccupazione meridionale ma sostenevano le aziende “padane”. Il risultato è stato una pesante penalizzazione dell’intera economia italiana che, infatti, da quel momento in poi, ha fatto registrare un trend che oscilla fra stagnazione, recessione e, negli anni migliori, incrementi del PIL non superiori, salvo qualche caso sporadico, all’1 per cento.
La deriva antimeridionalista si è anche alimentata dei tagli indiscriminati ai cofinanziamenti nazionali che ha portato alla rinuncia a miliardi di euro di fondi europei, come giustamente denunciato dal ministro tedesco Schaeuble. 
Una politica seguita con pervicace ostinazione da tutti gli Esecutivi, di centrodestra e di centrosinistra. Con effetti negativi, anche in questo caso, per tutta l’economia italiana.
Renzi, se vuole portare il Paese fuori dalla recessione, farebbe bene a rottamare questa politica prima ancora di rottamare le persone. 
Il Capo dello Stato, come sempre interprete autorevole delle esigenze del Paese e delle istanze dei cittadini, ha dichiarato che se i giovani non trovano lavoro l’Italia è finita.
Una nuova politica economica non può non partire dalla lotta alla disoccupazione e da una incisiva azione per rilanciare l’economia del Mezzogiorno. L’Europa, tra l’altro, non potrebbe frapporre ostacoli  in quanto si tratta di regioni che rientrano nell’obiettivo 1.
Sarebbe un percorso più semplice e più produttivo di una improbabile revisione dei Trattati che richiederebbe il consenso di tutti gli Stati aderenti alla UE.