RAFFAELE SOLLECITO E AMANDA KNOX ASSOLTI. URGE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Corte di Cassazione
Il processo  a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox  per l’omicidio di Meredith Kercher è l’ennesima  vicenda sconcertante che indebolisce la fiducia nella giustizia.
A carico di Amanda e Raffaele  ci sono stati cinque gradi di giudizio con alternanza di verdetti di assoluzione e di condanna. 
Il giudizio finale è stato della V Sezione della Corte di Cassazione che, con una procedura non usuale, ha annullato senza rinvio l’ultima sentenza di condanna.
Ovviamente, bisogna attendere le motivazioni per comprendere l’iter logico seguito dalla Corte.
Ma non appare infondato che, oltre alla convinzione della non colpevolezza degli imputati, abbia influito sulla decisione la volontà di porre fine a una sequela di decisioni altalenanti che, quale che sia la ricostruzione dei fatti, non può non suscitare fondate perplessità.
La prima considerazione è di plauso per il coraggio dei giudici di legittimità che hanno adottato la soluzione più drastica, pur venendo in conflitto con il responso di un’altra Sezione della stessa Cassazione alla quale la Corte di Appello di Firenze si era uniformata nel pronunciare l’ultima condanna.
Se fosse stata emessa una sentenza di annullamento con rinvio di tipo più ortodosso ci sarebbero stati una nuova pronuncia di una Corte di Appello e un  nuovo ricorso in Cassazione. Sette gradi di giudizio, oltre al Giudice delle Indagini preliminari, sono troppi anche per il sistema processuale più garantista del mondo. Anche perché, giunti a questo punto, niente poteva escludere, almeno in linea teorica, di ritrovarsi con una Corte di Appello e/o una Sezione della Cassazione che fossero in dissenso con il verdetto di assoluzione, con il rischio di ricominciare da capo.
In questa vicenda ci sono state tre Corti che hanno assolto gli imputati e due che li hanno condannati.
Ci sono spiegazioni tecniche che rendono comprensibili agli addetti ai lavori queste oscillazioni fra condanne pesanti e assoluzioni. Però, la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e il popolo ha il diritto di capire, al di là dei tecnicismi, se un imputato è colpevole o innocente.
Le sentenze devono dare certezze agli imputati, alle parti offese e alla pubblica opinione.
Una soluzione almeno parziale sarebbe di limitare la possibilità di impugnare le sentenze di assoluzione. Soluzione coerente con l’Ordinamento, in quanto già oggi il codice di procedura penale prevede che “Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio”.E un imputato per il quale un giudice abbia pronunciato una sentenza di assoluzione non potrà mai risultare “colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Bisogna ammettere che la legge Pecorella, dichiarata incostituzionale, cercava di risolvere un problema che effettivamente esiste. 
Al quale si potrebbe porre rimedio riproponendo la riforma Pecorella in una nuova versione più in linea con l’impianto costituzionale. Una versione che non abolisca l’impugnazione del Pubblico Ministero ma la limiti ai casi in cui venga richiesta e disposta la rinnovazione del dibattimento, previo vaglio di ammissibilità in analogia con quanto previsto per i ricorsi in Cassazione.
La produzione di nuove prove giustificherebbe un nuovo giudizio e, eventualmente, una sentenza di condanna anche in presenza di una precedente assoluzione, senza che si produca un contrasto immotivato fra i diversi gradi di giurisdizione e senza che sia compromessa la credibilità della giustizia.