QUOTA 96 NON BASTA. È NECESSARIO UN PROGRAMMA ORGANICO DI PREPENSIONAMENTI

Enrico Letta
Sul fronte della previdenza, in teoria, ci sarebbe una buona notizia almeno per un piccolo segmento di quella ampia fascia dei dipendenti pubblici che, così come quelli del settore privato, sono stati fermati alle soglie della pensione, dalla riforma Fornero. 
La notizia è che il MIUR, il Ministero della Istruzione e della Università, ha avviato un censimento del lavoratori di Quota 96 che sono quelli che avevano diritto ad andare in quiescenza secondo le norme previgenti ma sono stati bloccati dall’entrata in vigore della nuova normativa pensionistica.
La riforma ha colpito tutti, ma per i dipendenti della scuola l’ ingiustizia è più forte in quanto essi hanno una sola finestra che si apre il 31 agosto e, quindi, anche se avevano già fatto domanda, non hanno potuto usufruire della disciplina pregressa.
Il censimento in corso, quindi, sarebbe preliminare a una sanatoria per tutti quelli che avevano maturato i requisiti al 31 agosto 2012 (o anche al 31 dicembre 2012) che, si ipotizza, potrebbero andare in pensione il 31 agosto 2014.
L’iniziativa, pur essendo vista, ovviamente, con favore dagli interessati, dimostra ancora una volta, che il governo affronta il problema con un approccio inadeguato che, se non rettificato, non consentirà mai di porre riparo ai guasti della legge Fornero.
Se è in discussione un diritto, soprattutto se si tratta di un diritto fondamentale, costituzionalmente protetto quale quello alla pensione, riconoscerlo è un obbligo e non può sussistere alcun condizionamento sulla base delle risorse disponibili.
Quindi, il censimento andrebbe bene se fosse propedeutico alla ricerca dei fondi da mettere a copertura, ma non può diventare la condizione per riconoscere il diritto.
Inoltre, ogni misura relativa alla disciplina pensionistica va valutata considerando le interrelazioni con i vari settori del sistema economico. Fare un calcolo costi benefici limitato al settore previdenziale non ha alcun senso. 
Se si vogliono misurare gli effetti di una modifica delle norme pensionistiche vanno considerate le ricadute su tutti i settori che interagiscono con la previdenza, quindi, sul mercato del lavoro, sulla produttività e sulla competitività delle aziende, sui consumi, sul prodotto interno lordo.
Se si facesse una valutazione globale si scoprirebbe che una minore rigidità nell’accesso alla pensione, potrebbe essere una delle leve fondamentali per rilanciare l’economia.
Un programma di prepensionamenti finalizzato a procedere, su base volontaria, a un consistente rinnovamento delle compagini sia delle aziende private che delle pubbliche amministrazioni sarebbe l’unico provvedimento di politica economica che, nella attuale congiuntura, consentirebbe di incidere in senso positivo sul mercato del lavoro.
Accrescere l’occupazione è una esigenza vitale del Paese, non soltanto per ovvie motivazioni di carattere sociale, ma anche perché è la via più sicura per rilanciare i consumi. E l’aumento dei consumi è la premessa indispensabile per riprendere il cammino della espansione produttiva. Che sarebbe ulteriormente accelerata, in quanto un turn over spinto accrescerebbe l’efficienza e la produttività e ridurrebbe i costi con ricadute positive sulla competitività, secondo uno schema che conoscono bene le aziende che hanno utilizzato i prepensionamenti negli anni più recenti.
Nessuno nega che le risorse disponibili siano scarse. 
Ma, proprio per questo, vanno finalizzate, tutte, al sostegno al sistema produttivo. Allargare la platea dei titolari di redditi a tempo indeterminato, quali sono sia i lavoratori che i pensionati, è la premessa per accrescere in tempi brevi i consumi e, soprattutto, i consumi durevoli, rimettendo in moto l’edilizia e dando un aiuto ad altri settori in crisi, quali l’auto, gli elettrodomestici, ecc.
Sappiamo bene che Keynes è passato di moda. Ma, con i suoi insegnamenti fu superata in tempi ragionevoli la recessione del 1929, mentre oggi le eccessive rigidità imposte da apprendisti stregoni in cerca di gloria impediscono di uscire da una crisi che, in origine, era solo di carattere finanziario.
Al riguardo, un processo di revisione è in atto nel mondo produttivo. Lo stesso giornale della Confindustria invoca “inventiva e creatività” e un “cambio di passo” in politica economica.
Il governo ha messo in cantiere una serie di studi e approfondimenti sulla staffetta generazionale, sul part time pensionistico, sui prepensionamenti.
È necessario, però, passare dalla teoria alle iniziative concrete. Ora che Berlusconi non ha più il potere di condizionare l’Esecutivo è il momento di caratterizzare l’attività di governo con provvedimenti in favore dell’occupazione e della produzione a effetto immediato. 
Le imprese e i sindacati congiuntamente hanno chiesto al governo di intervenire. E anche i cittadini sono stanchi di aspettare 
Quota 96 è una misura doverosa perché i diritti vanno rispettati. Ma, sul piano della politica economica è necessario un pacchetto di provvedimenti ad ampio respiro che portino a una riduzione significativa della disoccupazione, soprattutto  giovanile, con l’apertura del mercato del lavoro a tempo indeterminato alle nuove generazioni.