POPULISMO E RESPONSABILITÀ DELLA STAMPA. UNA DERIVA DA EVITARE

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“Cercasi segretario generale. Da 200mila euro all’anno. Praticamente il doppio dello stipendio di Renzi, qualche migliaia di euro in più di Hollande e quasi quanto guadagna la signora Merkel. Il segretario generale a cui si sta dando la caccia è quello del Consiglio regionale della Campania.”
È stata questa l’apertura delle pagine locali di un quotidiano nazionale di grande tradizione e di ampia diffusione. Un’apertura che sicuramente avrà fatto guadagnare qualche migliaio di lettori a quel giornale ma, altrettanto sicuramente, ha fatto fare centinaia di passi indietro alla democrazia e alla società italiana.

Premetto subito che non è una critica specifica a quel giornale. Altri organi di informazione hanno pubblicato articoli analoghi su casi similari e, comunque, assecondare il lettore è una scelta editoriale discutibile ma generalizzata.Tuttavia, per il bene del Paese bisogna cominciare a riflettere su questa deriva che crea un circolo vizioso in cui la forza del populismo spinge l’informazione su posizioni antisistema e l’informazione anti sistema alimenta il populismo.
Nel caso di specie, ovviamente, i lettori hanno sicuramente apprezzato il piglio masaniellesco con cui è stata data la notizia. Quando si contesta una retribuzione da 200 mila euro l’anno i consensi, nell’Italia di oggi, sono sempre assicurati.
Ma, solleticare il populismo in un momento in cui il populismo è, già di per sé, prevalente, non è un fatto commendevole.
Intendiamoci. Non è da escludere che, ad un’attenta analisi, quella retribuzione risulti sproporzionata in relazione alle funzioni svolte. E, probabilmente, potrebbe essere non giustificato mettere a concorso l’incarico fra esterni, con oneri aggiuntivi per l’amministrazione interessata anziché attribuirlo a un interno. Inoltre, negli ultimi anni, la scala delle retribuzioni si è ampliata a dismisura, con conseguenze negative sia sul piano sociale che che su quello strettamente economico.
Quindi, motivazioni per contestare la decisione se ne potevano trovare tante.
Ma è l’approccio che è sbagliato.
Non ha senso comparare la retribuzione del segretario generale di un Consiglio regionale a quella del Presidente del Consiglio. In primo luogo, perché i raffronti vanno fatti considerando i costi totali per la pubblica amministrazione e i vantaggi totali per l’interessato, compresi fringe benefit, rimborsi spese e altri esborsi collaterali
In secondo luogo, perché non si può comparare un incarico burocratico con uno politico.
Probabilmente, il giornalista che ha redatto l’articolo non lo sa. Ma l’unico governo che ha tentato di imporre una regola quale quella implicitamente suggerita nel pezzo, che nessuno debba guadagnare più del Capo dell’Esecutivo, fu il governo dei colonnelli greci che, appena insediato, stabilì, appunto, che nessuno poteva avere una retribuzione più elevata del Presidente del Consiglio. Una norma che durò lo spazio di un mattino, sommersa dalle contraddizioni che apriva nella società ellenica dell’epoca e dalle osservazioni di chi contestava la rozzezza della disposizione.
Pubblicizzare e sottoporre a valutazioni critiche le retribuzioni della classe dirigente e delle posizioni apicali della pubblica amministrazione rientra certamente nella funzione di controllo della stampa.
Ma la critica deve poggiare su parametri corretti e riconosciuti universalmente come validi. E i parametri fondamentali non possono non essere tratti dalla Carta costituzionale la quale, all’art. 36 statuisce “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e in ogni caso sufficiente ad assicurare  a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Quindi, i principi codificati sono due: una retribuzione adeguata alla qualità e quantità del lavoro svolto; una retribuzione sufficiente ai bisogni del lavoratore e della sua famiglia.
Non c’è alcun riferimento alla quantità assoluta del compenso, che viene utilizzata con maggiore frequenza per suscitare scandalo nella pubblica opinione. E non potrebbe esserci in quanto, al di là della Costituzione, nessuna teoria economica, nemmeno quelle che si richiamano a Marx, ha mai ragionato sugli importi delle retribuzioni in termini assoluti, in quanto tutte le analisi vengono focalizzate sul rapporto fra valore della prestazione e valore della retribuzione.
La funzione di controllo della stampa è di primaria importanza. Ma i giornali devono informare e formare la pubblica opinione, non seguirla passivamente.
Certo, è molto più facile sparare una cifra a cinque zeri che parlare di mansioni, di responsabilità, di qualificazione professionale e culturale necessaria per poter rivestire una posizione organizzativa, di coerenza fra il curriculum del candidato e la funzione alla quale viene designato, oppure approfondire in modo documentato l’evoluzione delle politiche retributive nel pubblico e nel privato.
Più facile e, probabilmente, anche più apprezzato dalla massa dei lettori.Ma non è questa l’informazione di cui l’Italia ha bisogno.