PROCESSO BERLUSCONI MEDIASET, UNA SENTENZA AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

Silvio Berlusconi

Prima  di entrare nel merito e di soffermarci sugli effetti politici del pronunciamento della Cassazione sul processo Mediaset, valutazioni che rinviamo ai prossimi giorni, bisogna sottolineare che la sentenza è un punto importante a favore della serietà della giustizia italiana.
La Corte non si è fatta influenzare né dagli equilibri parlamentari, né dalle possibili conseguenze della condanna, né dai travestimenti del Cavaliere da uomo di stato, né dai timori di destabilizzazione del governo delle larghe intese. 
I giudici hanno assunto una decisione di carattere tecnico, come era loro dovere, senza alcun condizionamento di ordine politico o mediatico.
Ancora nell’attesa del verdetto Vittorio Feltri scommetteva su un parziale annullamento con rinvio, perché secondo lui la Cassazione avrebbe cercato di non sconfessare i colleghi di tribunale e di appello, e di non creare, nel contempo, un problema al sistema  con una condanna del Cavaliere. Una teoria del compromesso, comune alla massa del PDL, che dimostra una concezione della giustizia in insanabile contrasto con il modello costituzionale e con la volontà della stragrande maggioranza dei cittadini italiani che, al di là delle differenti posizioni politiche, sono sicuramente d’accordo con il principio scritto a caratteri cubitali in tutte le aule di giustizia “LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI”.
Un principio che è uno dei pilastri su cui si reggono le moderne democrazie. Se viene meno questo principio si torna al Re Sole, ai tempi antecedenti la rivoluzione francese, con l’unica differenza che al posto del sovrano avremmo una casta di ampiezza indefinita che, una volta eletta, sarebbe al di sopra della legge.
Un principio che è negato in radice nelle teorizzazioni di Berlusconi sulla società e sulla giustizia. Non a caso, nel suo messaggio post condanna, egli sottolinea che i giudici non sono stati eletti ma scelti per concorso.

Il corollario di questa affermazione è che, non avendo una investitura elettorale, non possono giudicare i rappresentanti del popolo. Che dovrebbero essere giudicati, invece, dai loro pari, come i nobili delle società divise in caste.
L’ex premier, che vive di sondaggi, sa bene che una tale teoria non sarebbe mai accettata dagli italiani. Perciò, in tanti anni di potere pressoché assoluto, con maggioranze parlamentari su cui nemmeno De Gasperi aveva potuto contare, non ha mai tentato una vera riforma della giustizia.
Nella realtà, Berlusconi, con i suoi avvocati, con i suoi mezzi finanziari, con la sua capacità di condizionare le scelte legislative, si è avvantaggiato, molto di più e molto meglio di un imputato qualunque delle inefficienze del nostro sistema giudiziario e, quindi, non aveva e non ha alcun interesse a una riforma seria.
Quanti processi sono finiti per prescrizione, quante volte i rinvii, le lungaggini, le manovre elusive delle difese hanno prevalso sui tentativi dei giudici di evitare che il procedimento finisse su un binario morto?
Quanti imputati possono permettersi di chiedere un rinvio di un processo per uveite, una patologia che, in molte scuole non sarebbe accettata nemmeno per giustificare un’assenza di un ragazzino delle medie? 
Quanti imputati possono permettersi di sollevare un conflitto fra poteri dello Stato portando un intero Parlamento a sostenere la credibilità della tesi che Ruby era la nipote di Mubarak?
Certo, il processo Mediaset è stato celebrato a una velocità superiore rispetto alla generalità dei procedimenti penali italiani. Ma un politico autorevole, un ex Capo del Governo, un aspirante al Quirinale avrebbe  dovuto essere felice della rapidità del giudizio.
Invece, tutto il PDL è insorto invocando un “diritto alla lentezza” che, ovviamente, non è previsto e non può essere previsto da nessuna legislazione e da nessuna giurisprudenza, per quanto benevole verso l’imputato.
E i protagonisti dell’ultima accelerazione, che ha mandato in fumo le speranze del Cavaliere di salvarsi anche questa volta per il rotto della cuffia, non sono stati i magistrati rossi con i quali l’ex presidente del Consiglio ama polemizzare.
Il primo presidente della Cassazione che ha fissato la data del dibattimento al 30 luglio è stato nominato con i voti dei consiglieri CSM del centro destra e dei rappresentanti di Magistratura Indipendente.
E i giudici che hanno rigettato il ricorso riconfermando la sentenza di appello erano tutti di stampo conservatore.
Un giudizio ineccepibile con il quale la magistratura italiana, al di là delle manchevolezze e delle inefficienze che pure ci sono, ha dimostrato di essere all’altezza del ruolo che la Costituzione le riconosce in quanto Ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.