PRIMARIE USA. FRA I DEMOCRATICI LA CLINTON IN NETTO VANTAGGIO. I REPUBBLICANI CERCANO DI FERMARE TRUMP

HILLARY CLINTON

Le elezioni primarie americane stanno cominciando a fornire le prime certezze. Già il “supermartedì”, come è stata ribattezzata la tornata elettorale del 1 marzo che ha interessato 11 stati, aveva lanciato Hillary Clinton per il partito democratico. L’ex segretario di Stato ha, infatti, vinto nella maggioranza degli Stati in lizza, per cui la sua strada verso la Casa Bianca sembra ormai definitivamente in discesa. Non pare, infatti, che il senatore Bernie Sanders, che pure ha ottenuto finora un ottimo risultato, sia in grado di contrastarla efficacemente. Peraltro, il trend è stato  confermato anche nelle votazioni successive in cui l’ex first lady ha aumentato ulteriormente il suo margine di vantaggio, conquistando altri 151 delegati contro i 136 del rivale. 
I giornali italiani continuano a dare una valutazione distorta della situazione e valorizzano la vittoria di misura di Sanders nel Michigan.
La realtà è diversa. La Clinton ha già acquisito 1.220 delegati contro i 571 di Sanders. Certo le mancano ancora 1.163 delegati e, in teoria, tutto può succedere. Ma, considerato che sono da eleggere ancora 2.973 delegati, sembra molto difficile un ribaltamento della situazione.
Allo stato dei fatti, quindi, pare altamente probabile che Hillary Clinton sia la candidata del Partito Democratico alle prossime presidenziali.
Più complicata, invece, è la situazione dal lato repubblicano. Il “supermartedì”, infatti, ha visto prevalere il miliardario Trump, che ha superato i due candidati ufficiali del partito, Marco Rubio e Ted Cruz. E, anche nelle votazioni successive il tycoon newyorchese si è confermato in testa. 
La questione si presenta complicata in quanto Trump per le sue posizioni populiste e demagogiche è inviso a tutto l’establishment repubblicano. Secondo alcuni osservatori, il piano dell’apparato  sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, di bloccare la candidatura al momento della convention, utilizzando i voti dei delegati nominati direttamente dal partito e di quelli conquistati dagli altri candidati. La manovra potrebbe avere successo, considerato che, nonostante tutto, Trump, ha, al momento, solo 458 delegati contro i 564 degli altri concorrenti.
Però, sarebbe necessario che rimanesse in lizza uno solo degli avversari, mentre ora i consensi si dividono fra Ted Cruz che ha più voti e Marco Rubio che è il favorito dei maggiorenti del partito. Peraltro, il designato, Cruz o Rubio, dovrebbe necessariamente vincere in almeno qualche altro Stato importante, quale ad esempio la California o New York, per arrivare alla convention con un numero di delegati che non si discosti di molto da quelli di Trump in modo da rendere decisivo il voto dei designati del partito. 
In alternativa, se nessuno raggiungesse il quorum, la nomination potrebbe andare ad un candidato di compromesso. Una simile ipotesi, però, non è vista con favore, in quanto si tratterebbe di un candidato privo di legittimazione popolare che lo renderebbe più debole nel confronto con la rappresentante dei democratici. Si devono allora aspettare le nuove tornate di primarie del 15 marzo, e del 22 marzo, quando andranno al voto altri 7 stati, fra cui la Florida, la North Carolina e l’Ohio, per avere un quadro più chiaro e capire se il ciclone Trump sia destinato o meno ad indebolirsi.