PREVENIRE ALTRI CASI BANCA ETRURIA. LE BANCHE TORNINO ALLA LORO FUNZIONE DI SERVIZIO PUBBLICO

associazione bancaria italiana

Lo scandalo della Banca popolare dell’Etruria potrebbe avere effetti pesanti sul sistema bancario, anche perché le banche, pur percependo la gravità del problema, non hanno le idee chiare su come intervenire.
Il solo fatto che l’Abi abbia pubblicato, con una decisione senza precedenti, una inserzione a pagamento sui principali giornali italiani per illustrare la posizione della Associazione fa comprendere che si temono ripercussioni significative, soprattutto per la reazione dei risparmiatori.  Reazioni che potrebbero essere già cominciate se qualche dato sulla diminuzione dei depositi registrato a novembre dovesse trovare conferma nei prossimi mesi. La “Lettera agli italiani” diffusa con l’inserzione suddetta, se voleva essere rassicurante, non solo non raggiunge lo scopo ma rischia di peggiorare la situazione. 
Sono solo 10 righi ma contengono una serie di messaggi sbagliati. 
Non si comprende a cosa serva dire che negli altri paesi europei circa 1.000 banche sono andate in crisi. Ancora peggio, precisare che anche le banche pagano la crisi. 
Se l’intento voleva essere di tranquillizzare la clientela è sicuro che lo scopo è ben lontano dall’essere raggiunto.
Ed è una singolare autodifesa sottolineare che le banche continuano a fare credito a famiglie e imprese.  Le “teste d’uovo” dell’ABI non hanno capito, evidentemente, che fare credito non è una concessione, è l’esercizio di una funzione di pubblico interesse per la quale le banche hanno richiesto e ottenuto una apposita autorizzazione dalla Banca d’Italia, autorizzazione che, peraltro, le pone al riparo dalla concorrenza di altri soggetti che non possono svolgere la stessa attività perché non hanno avuto analoga autorizzazione da parte dell’Istituto di Vigilanza. 
È come se i farmacisti rivendicassero a loro merito di continuare a vendere le medicine. Solo che i farmacisti, molto più consapevoli del proprio ruolo, non hanno mai solo ipotizzato di non vendere medicine.  Invece, le banche sono, a detta di molti osservatori – economisti, politici, imprenditori, giornalisti – una delle strozzature che impediscono all’economia italiana di riprendere il cammino dello sviluppo.
Il problema è che per anni molte aziende di credito hanno ritenuto opportuno sviluppare, piuttosto che il credito, i servizi, le gestioni patrimoniali, le operazioni finanziarie, attività considerate più interessanti per il conto economico e, soprattutto, meno rischiose. Il risultato è che, avendo perduto l’antico know-how, hanno difficoltà a fare credito e, quando lo fanno, incrementano, soprattutto, le sofferenze.  
Hanno trascurato di considerare che l’art. 10 del Testo Unico Bancario dice che “La raccolta del risparmio e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria” . Una banca non può limitarsi alla raccolta del risparmio, deve, anche, esercitare il credito. E, qualora non lo facesse, violerebbe i termini  della autorizzazione ricevuta dalla Banca d’Italia.
Perciò, l’espressione usata dall’ABI “continuano a fare credito a famiglie e imprese”  è un autogol di cui la credibilità delle banche non avrebbe bisogno in questo momento.
Comunque, anche se scritte bene, e non è questo il caso, le inserzioni pubblicitarie non servono. Servono fatti, servirebbe garantire la sicurezza dei risparmi. Perché garantendo i risparmi si tutelerebbe la solidità del sistema. Che, peraltro,trarrebbe enorme giovamento da una politica che privilegiasse la credibilità del settore più che la massimizzazione dei profitti delle singole banche.
La storia della economia italiana è ricca di salvataggi di aziende in difficoltà effettuati da altre banche. Salvataggi che, peraltro, nel medio periodo, hanno portato benefici rilevanti alle aziende intervenute che ne hanno fatto, spesso, un volano sul quale costruire le proprie fortune.
Quei salvataggi avevano una motivazione forte. Per le banche è fondamentale la fiducia dei clienti. Quando una banca va in crisi, ne risente la fiducia in tutte le imprese del settore.
Il che è ancora più vero, oggi, in tempi di “bail-in” che, tradotto in termini rozzi, significa che, in caso di cattiva gestione di una azienda, le conseguenze negative ricadono su azionisti,  obbligazionisti e depositanti.  
In questo contesto sarebbe responsabile che le banche facessero sistema e garantissero il sostegno del settore alle aziende che dovessero entrare in crisi preservando gli interessi dei clienti e degli azionisti. Interessi che, invece, non sono tutelati in modo ottimale dagli ultimi provvedimenti emanati dal governo. Si è scatenata, al riguardo, una polemica pretestuosa sul “Decreto salva banche”, un decreto necessario per evitare danni più gravi alla clientela. Però, è, anche, vero che, il decreto di attuazione della direttiva UE in materia ha il torto di avere azzerato il patrimonio di azionisti e obbligazionisti subordinati e di avere creato, invece, una barriera protettiva a vantaggio degli amministratori chiamati a rispondere solo dai commissari, previa autorizzazione della Banca d’Italia e non dagli eventuali danneggiati dalle loro attività deliberative e omissive.
La reazione ferma dei creditori di Banca Etruria dovrebbe far comprendere che è una strada sulla quale non è opportuno inoltrarsi né per il governo, né per le aziende di credito.