PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE POSSONO RILANCIARE OCCUPAZIONE E SVILUPPO

Nello Formisano
L’approvazione del Decreto Lavoro giunge in un momento in cui il PIL torna a segnare una decrescita con un -0,1 che dovrebbe far riflettere governo e Parlamento sulla necessità di imboccare una strada diversa per uscire dalla crisi.
Il problema non è tanto il valore del dato in assoluto, quanto il suo significato, soprattutto per gli effetti che potrebbe avere sui mercati, sulle imprese e sui consumatori, con possibili ricadute anche sullo spread e, a catena, sul finanziamento del debito e sui conti pubblici.
L’aspetto positivo è che questo campanello d’allarme è la prova definitiva che bisogna ricorrere a strumenti non tradizionali per rilanciare lo sviluppo
Mettiamo da parte gli esperti che da dieci anni in qua non hanno indovinato né una previsione, né una terapia e ragioniamo senza pregiudizi sulla realtà.
La realtà ci dice che il problema fondamentale è l’occupazione, non solo per le tensioni sociali che potrebbe innescare ma perché è proprio la flessione dell’occupazione che incide negativamente sulle prospettive dell’economia.
In questa situazione, anche se si fosse registrato un aumento dello 0,1 per cento  invece che una riduzione, la situazione sarebbe stata, comunque, non favorevole.
Non indurrebbe a previsioni positive nemmeno un aumento dello 0,6 che gli Istituti di ricerca più ottimisti, prima della diffusione dell’ultimo dato, accreditavano all’Italia per il 2014. Una crescita di questo livello non porterebbe a un incremento dell’occupazione e non avvierebbe quel circuito virtuoso di cui l’economia ha bisogno per un vero sviluppo.
In tale contesto, l’unica soluzione è che sia l’occupazione a trainare la crescita e non la crescita a fare da volano per  conseguire risultati significativi nella lotta alla disoccupazione.
Per stimolare nuove opportunità di lavoro non serve ridurre le tutele o inventare formule contrattuali aggiuntive.
Le modifiche del regime delle assunzioni e/o delle garanzie si sono sempre rivelate un fallimento e anche questa volta chi si aspetta risultati tangibili dalla nuova normativa rimarrà deluso.
Le imprese non assumono perché, stante la attuale situazione della domanda, non avvertono l’esigenza di incrementare una produzione che, già oggi, hanno difficoltà a collocare sul mercato.
Avere maggiore flessibilità non serve perché le norme attuali e i contratti stipulati negli ultimi anni in tutti i settori offrono agli imprenditori la possibilità di scegliere fra un’ampia gamma di soluzioni contrattuali, molto diversificata sia per quanto riguarda le tutele sia per quanto riguarda le retribuzioni.
Anche la sostanziale abrogazione del mitico art. 18, su cui si è concentrata per anni l’attenzione di politici ed esperti  non ha prodotto, come era facilmente prevedibile, nessun risultato positivo.
Per aumentare l’occupazione ci sono solo due strade. 
Intervenire sul cuneo fiscale, riducendo drasticamente tasse e contributi sulle nuove assunzioni oppure introdurre delle norme transitorie che, attraverso un sistema di deroghe, consentano di riaprire le finestre per un prepensionamento dei lavoratori bloccati dalla riforma Fornero e avviare un massiccio turn over sia nel settore pubblico che in quello privato.
La prima strada si è risolta in passato in un insuccesso. Insuccesso che si potrebbe evitare solo con una completa decontribuzione delle nuove assunzioni per un congruo numero di anni, operazione molto onerosa, a meno che non si decida di limitarla alle regioni in cui la disoccupazione è più elevata, facendo  un’opera meritoria, ma di impatto limitato.
Rimane lo strumento dei prepensionamenti e della staffetta generazionale. Strumento che avrebbe effetti diretti e immediati sull’occupazione. 
Che nel settore pubblico si possono realizzare a costo zero, considerato che i nuovi assunti verrebbero a costare in media meno di un terzo dei pensionandi, che sono i dipendenti a fine carriera e con retribuzioni più elevate e nel privato comporterebbe oneri ragionevoli che potrebbero tranquillamente essere sostenuti dalle aziende reinvestendo parte dei benefici ricavati dalla riduzione dei costi. Operazione che nel periodo pre Fornero hanno fatto tante società e interi settori produttivi come il credito, con grandi vantaggi per il conto economico, per l’efficienza  operativa e per la qualità dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela.
Per Renzi è il momento delle decisioni. Con le incertezze e con le scelte di basso profilo non si costruisce alcuna alternativa alla stagnazione.
Purtroppo, negli ultimi giorni anche la ministra Madia, che sembrava la più determinata, ha parlato della creazione di 10.000 posti di lavoro nella pubblica amministrazione entro il 2018.
Con queste cifre non si ha alcuna ricaduta né sull’occupazione, né sulla domanda e non si fa nessuna politica economica.
Letta è scivolato sulla mancanza di coraggio nel portare avanti fino in fondo alcune scelte che erano corrette ma non venivano supportate da numeri adeguati alla gravità della situazione.
La rivoluzione di Renzi non può fermarsi sullo stesso crinale. Una rivoluzione vera richiede una dimensione dell’intervento che abbia effetti massicci sulle grandezze economiche.
E i tempi devono essere veloci, come il Presidente del Consiglio sa molto bene. L’Italia e, soprattutto i giovani, non possono più aspettare.