PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE PER RILANCIARE I CONSUMI E COMBATTERE LA STAGNAZIONE

Matteo Renz
Le crescenti critiche che investono il governo anche da ambienti non pregiudizialmente contrari a Renzi, che, anzi, avevano visto con favore la sua ascesa a Palazzo Chigi sono destinate ad aumentare man mano che ci avvicineremo al varo della legge di stabilità che è il vero banco di prova dell’Esecutivo.
È sui problemi dell’economia che hanno fallito i governi Berlusconi, Monti e Letta ed è su quei problemi che si misureranno le capacità del Presidente del Consiglio.
Nelle ultime settimane Renzi giustamente ha cambiato approccio ed è passato da”una riforma al mese” al programma dei mille giorni perché la situazione è complessa e immaginare di risolverla con gli slogan o con le slide sarebbe utopistico e pericoloso.
Però sono necessarie idee chiare, altrimenti anche mille giorni possono essere pochi. Anzi, interventi sbagliati potrebbero provocare un peggioramento che è l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno.
Il Premier ha dichiarato guerra ai soliti noti, ai super burocrati, ai professoroni, ai tecnici buoni per tutte le stagioni, agli imprenditori con esperienza di salotti più che di fabbriche che con le loro ricette, con i loro interessi, con i loro egoismi “hanno distrutto il Paese”.
Però, dichiarato il fallimento delle teorie tradizionali, bisogna costruire percorsi alternativi, con persone nuove e con idee innovative ma, nel contempo, aderenti alla realtà.
In tale contesto, senza la pretesa di essere esaustivi o di essere depositari di formule magiche che non esistono, riteniamo di sottoporre a chi ha la responsabilità di decidere proposte di impatto diretto che, proprio perché tali, potrebbero essere utili per il superamento di alcuni nodi cruciali per l’uscita dalla crisi.
Due punti sono da tenere presente. Il primo è che la terapia non può che essere complessiva. Misure  settoriali sono importanti ma vanno inquadrate in una visione globale e valutate per gli effetti che avranno sul sistema economico nel suo complesso.
Il secondo, che, nell’attuale contesto, l’obiettivo primario della politica economica non può che essere la crescita e l’occupazione. 
Oggi è di moda parlare di riforme, ma ci sono riforme che sono ininfluenti rispetto all’obiettivo e ce ne sono altre che sono addirittura negative.
Tanto premesso, per schematizzare il discorso distingueremo fra economia reale e mercati  finanziari.
I mercati finanziari oggi preoccupano di meno rispetto a qualche anno fa’ in quanto le dichiarazioni di Draghi e le decisioni della BCE hanno ridotto a miti consigli la speculazione che era molto pericolosa anche perché presumibilmente sostenuta da ambienti economici e istituzionali che, dietro il manto del rigore, fiancheggiavano e favorivano la finanza selvaggia che ha tentato di colpire i paesi periferici dell’euro.
Rimane, però, il problema cruciale: l’economia reale va male e continua a peggiorare, se non altro in termini relativi rispetto agli altri paesi dell’Unione.
Al di là delle formule stantie dei “professoroni” e delle speculazioni di politici in cerca di consenso, il nodo essenziale della economia reale sono i consumi. 
Non che non siano importanti, altri aspetti, i costi, il cuneo fiscale, la corruzione, la burocrazia. Ma per un imprenditore il problema primo é vendere ciò che produce. Se non c’è domanda, risolvere gli altri problemi può portare a un aumento degli utili, ma non induce né ad investire, né ad aumentare la produzione e l’occupazione. 
E la domanda, nella attuale congiuntura, non può che essere soprattutto domanda interna. Chi immagina il contrario ipotizza un contributo alla crescita dei mercati internazionali che è fuori dalla realtà.
Sul punto Renzi ha fatto un primo passo nella direzione giusta con gli ottanta euro che, al di là delle ricadute sul piano sociale, hanno accresciuto il potere di acquisto degli italiani. Però è un passo troppo timido per avere effetti significativi.
Se affrontata con i metodi tradizionali, la situazione richiederebbe investimenti pubblici massicci con impiego di fondi di cui il Tesoro non ha la disponibilità.
Considerato, quindi, che non è possibile immettere risorse aggiuntive sul mercato nella misura idonea a innescare la crescita, l’unica soluzione è sfruttare la diversità di propensione al consumo in rapporto alle diverse fasce di reddito per accrescere la domanda a prodotto interno lordo invariato.
Oggi c’è una grande massa di cittadini, soprattutto giovani, che sono fuori dal mercato dei consumi o sono coinvolti in misura assolutamente marginale in quanto non hanno entrate, se non di carattere precario o di semplice sussistenza .
Aprire il mercato a una parte non marginale di questi soggetti produrrebbe un aumento rilevante, diretto e immediato, della occupazione e della domanda, nonché ricadute indirette sulla produzione e sugli investimenti, con ulteriori effetti a cascata sul numero degli occupati, sul tasso di crescita del sistema economico e anche sugli indicatori finanziari, debito/Pil e deficit/Pil.
Per conseguire un tale risultato è necessario un massiccio programma di  prepensionamenti con correlata staffetta generazionale e assunzioni a tempo indeterminato, anche se con salari di ingresso contenuti.
Sarebbe una gigantesca redistribuzione del reddito fatta con un ampio consenso sociale e con effetti favorevoli sia sul piano economico, che su quello politico.
L’ingresso nel mercato dei consumi di alcune centinaia di migliaia di giovani provocherebbe uno shock positivo sul sistema economico e consentirebbe di innescare quel circuito virtuoso che gli ottanta euro distribuiti a un numero limitato di cittadini non potevano certamente avviare.
Il sito lavoce.info ha calcolato che, con 1,5 miliardi di costo per il settore pubblico si potrebbe promuovere l’ingresso nel mercato del lavoro di 190 mila nuove assunzioni.
Stime troppo prudenziali, in quanto le assunzioni potrebbero essere ancora più ampie e i costi più contenuti. Senza considerare l’ipotesi che almeno una parte degli oneri sia posta a carico dei datori di lavoro, ipotesi più che fondata, considerato che, prima della riforma Fornero, i privati utilizzavano i prepensionamenti come strumento privilegiato per ridurre senza traumi il costo del lavoro.
Inoltre, lavoce.info prende in esame solo lo strumento del part time pensionistico già utilizzato con successo in Francia, mentre la gravità della crisi richiede il ricorso su larga scala, per dirla con Mario Draghi, a tutte le “misure non convenzionali” che possano essere utilizzate. Misure fra le quali i prepensionamenti sono, certamente, lo strumento più efficace per produrre un impatto diretto e immediato sulla economia reale e per uscire dal circolo vizioso che ci ha portati ad oscillare fra recessione e stagnazione.
La staffetta generazionale è stata a un passo dalla realizzazione con il governo Letta. L’establishment  si è opposto e ha vinto.
Renzi vuole combattere i poteri forti. Forse sarebbe opportuno che lo facesse per un obiettivo, il lavoro e il rilancio dell’economia, nel quale tutti possano riconoscersi.