PREPENSIONAMENTI ALLO STUDIO. MA LA RIFORMA DELLA FORNERO VA CONIUGATA CON L’AVVIO DELLA STAFFETTA GENERAZIONALE

Matteo-Renzi

Si parla nuovamente di flessibilità in uscita per i lavoratori prossimi alla pensione. Forse è una svolta in quanto l’annuncio viene dallo stesso presidente del Consiglio.
Il provvedimento verrebbe inserito nella legge di Stabilità e dovrebbe riguardare i lavoratori a cui mancano al massimo tre anni per raggiungere i requisiti fissati dalla Fornero.
Però,  i problemi rimangono. Sono state troppe le false partenze in materia per accontentarsi di una dichiarazione generica, anche se molto autorevole, che non dice nulla né sugli obiettivi, né sulle modalità, né sulle risorse per finanziare l’operazione.
Infatti, subito è arrivata la correzione di Padoan, secondo il quale il tutto deve avvenire a costo zero per le finanze pubbliche. Sono seguite proposte strane, come il prestito pensionistico, che, almeno nella formulazione resa pubblica, è politicamente improponibile e tecnicamente inconsistente.
Essendo da anni sostenitori coerenti della flessibilità in uscita riteniamo doveroso dire subito che l’impostazione di Padoan servirebbe solo ad affossare l’idea o, comunque, a trasformarla in una iniziativa di basso profilo priva di effetti sul piano macroeconomico.
La manovra non deve consistere in una semplice attenuazione delle rigidità della Fornero per consentire a qualche decina di migliaia di lavoratori di andare in pensione in anticipo. Deve essere concepita come un intervento strutturale finalizzato a riattivare un livello fisiologico di turn over nel mondo del lavoro e, per tale via, a rilanciare l’occupazione e lo sviluppo. Un turn over che è insufficiente dai primi anni ‘90 e che è stato completamente bloccato dall’ultima riforma del governo Monti. 
Se le finalità sono queste non basta rimodulare i requisiti per l’uscita dal lavoro. È necessario un provvedimento organico che preveda, da un lato, una pensione anticipata e/o il part time pensionistico (un part time che riguardi tutti i lavoratori pubblici e privati, non quello attuale che è un esperimento per pochi eletti) per i lavoratori più anziani, dall’altro incentivi che favoriscano assunzioni di disoccupati e di giovani in particolare.
La flessibilizzazione dei requisiti previdenziali è uno strumento che può riaprire il mercato del lavoro, con ricadute positive non solo sulla disoccupazione complessiva e in particolare su quella giovanile,  ma anche sui consumi, sulla produttività e sulla competitività delle aziende e sulla efficienza della pubblica amministrazione. Il tutto finalizzato alla attivazione di un circolo virtuoso “aumento dell’occupazione – aumento della domanda interna – aumento del PIL  – aumento dell’occupazione”  che porti a una crescita strutturale e costante che manca, nel  nostro Paese, da oltre venti anni.
Dopo tante esitazioni e retromarce, probabilmente è giunto il momento in cui sarà introdotta nel nostro ordinamento la staffetta generazionale, istituto che è utilizzato con successo in altri Stati. La Francia, pur avendo una situazionale occupazionale molto meno preoccupante di quella italiana l’ha adottata già da alcuni anni con risultati molto favorevoli. 
In conclusione, la motivazione primaria della riforma non deve essere soltanto venire incontro alle istanze dei pensionandi, ma, soprattutto, dare vita a una manovra di politica economica di alto profilo che inneschi un vero e duraturo rilancio del sistema produttivo dell’Italia. In tale contesto, la flessibilizzazione dei requisiti pensionistici è lo strumento normativo per poter utilizzare la disponibilità di una parte dei lavoratori più anziani ad anticipare l’età della pensione per avviare un nuovo corso espansivo della nostra  economia, nonché per prevenire l’esplosione di un bubbone sociale quale quello della disoccupazione giovanile che, se lasciato incancrenire, potrebbe avere effetti devastanti.
Tanto premesso, se si vuole fare una riforma seria, i costi sono inevitabili. E tentare di ridurli con espedienti e cavilli, magari stanziando un plafond annuo basso o escludendo i dipendenti pubblici o inventandosi intralci burocratici per rendere più difficile usufruire della norma  significa non avere capito l’importanza dell’operazione. 
Inoltre, quando si parla di previdenza bisogna ragionare sul lungo periodo. E sul lungo periodo i ritorni positivi sarebbero enormi e compenserebbero ampiamente i costi iniziali. Non è necessario essere degli economisti per capire che la flessibilità in uscita impatta, come abbiamo già visto, non solo sul sistema previdenziale ma anche sul mercato del lavoro, sulla domanda interna e sulla crescita del Prodotto lordo. 
Renzi sa bene che sull’occupazione si gioca il futuro del governo e del Paese e che incrementi da prefisso telefonico non sono sufficienti, né sul piano economico, né sul piano politico. 
È  da sperare che, nella consapevolezza degli errori del passato, eviti di coinvolgere nella stesura del provvedimento quegli Uffici che hanno provocato il disastro degli esodati, problema per il quale le responsabilità dell’alta burocrazia sono almeno pari alle responsabilità dei politici.