PEREQUAZIONE PENSIONI, SERVE UNA MASSICCIA MOBILITAZIONE DI TUTTA LA CATEGORIA

Corte costituzionale

Il 20 luglio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge di conversione del D.L. n. 65 del 21 maggio 2015, approvato dal governo a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 2015 in materia di rivalutazione automatica delle pensioni.
A questo punto, è aperta la strada per le vertenze finalizzate al recupero della perequazione, 
Sarà una battaglia giuridica, ma anche una battaglia politica.
Sul piano giuridico non ci sono dubbi. La sentenza della Corte Costituzionale è autoapplicativa. Non ci sono margini interpretativi.
La Consulta ha risolto tutti i dubbi e tutti i quesiti in materia di perequazione. La motivazione è inattaccabile e corredata di una giurisprudenza consolidata che trova fondamento nei principi basilari di interpretazione e di attuazione delle norme costituzionali.
Infatti, anche se questa è la prima sentenza che dichiara illegittimo il blocco della perequazione, la Corte sosteneva, da anni, che sospendere il meccanismo perequativo per lunghi periodi di tempo  avrebbe portato a problemi di legittimità costituzionale delle norme adottate.
Nell’ultima sentenza in materia che ha preceduto quella del 2015, la n. 316 del 2010, pur dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale sottoposta al suo esame, la Corte affermava, nella parte conclusiva della motivazione “Dev’essere, tuttavia, segnalato che la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità, perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta”.
Chiunque avesse letto quella motivazione avrebbe capito che non c’era margine per un nuovo blocco della perequazione.
Ma Monti e la Fornero, a pochi mesi di distanza da quella pronuncia, decisero di emanare un decreto che andava in direzione opposta rispetto a quei principi.
La sentenza n. 70/2015, quindi, era non solo prevedibile, ma addirittura obbligata.
Monti è rimasto sorpreso perché aveva immaginato che la Corte non avrebbe avuto il coraggio di sconfessare brutalmente l’operato del governo.
La considerazione che la Consulta avrebbe provocato un buco nelle casse del Tesoro non ha alcun valore per due motivi.
Innanzitutto, perché il ruolo della Corte è proprio di difendere i cittadini dalle prevaricazioni dell’Esecutivo e dello stesso Parlamento che non può legiferare in violazione dei diritti costituzionali se non con le maggioranze e con le procedure previste dalla nostra Carta fondamentale e rispettando, comunque, i principi fissati nella prima parte.
In secondo luogo in quanto il problema lo hanno creato Monti e la Fornero, che per colmare un buco di finanza pubblica – cui, in via ortodossa, si sopperisce con il ricorso alla fiscalità generale – hanno inventato una forma di copertura anomala a carico di una sola categoria – peraltro, una categoria debole – con una misura, il blocco della perequazione, che non aveva alcuna possibilità di reggere il vaglio della verifica di legittimità costituzionale. Una società privata che fosse stata citata in giudizio per una vertenza dal dubbio esito (e qui era certo l’esito negativo), avrebbe avuto l’obbligo di accantonare in bilancio le somme necessarie per fare fronte alla futura sentenza. Cosa che, ovviamente, né Monti né i governi successivi hanno fatto. 
L’Esecutivo attuale, però, è riuscito a superare in peggio Monti e la Fornero, in quanto ha fatto finta di normare la materia in coerenza con la pronuncia della Consulta, ma, nella realtà, ha emanato disposizioni in stridente contrasto con i principi a cui quella pronuncia si ispira..
Infatti, nella premessa del decreto-legge n. 65 si dice “Ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di provvedere in materia di rivalutazione automatica delle pensioni al fine di dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 2015” e ancora, “Ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di garantire il valore dei trattamenti pensionistici”.
Ma, poi, con un salto logico incomprensibile, irrazionale e indifendibile, viene emanata una norma che è sostanzialmente eguale a quella del decreto Monti – Fornero bocciato dalla Consulta, con una piccola mancia, che è quasi una provocazione, per una fascia di pensionati di poco superiore alla soglia fissata dal provvedimento dichiarato incostituzionale.
Sul piano giuridico, quindi, la illegittimità del nuovo provvedimento è ancora più evidente che quella del decreto Monti- Fornero.
La difesa dell’Esecutivo, però, non si baserà su argomentazioni di ordine giuridico ma su geremiadi di carattere politico. Geremiadi che non vanno sottovalutate e che devono essere fermate con una massiccia mobilitazione di tutti i pensionati.
Questa volta non è sufficiente una causa pilota. È necessario che migliaia di pensionati impugnino il provvedimento. La pressione della massa dei pensionati servirà, oltre che a dare sostegno alle vertenze nelle aule dei tribunali, a controbilanciare la pressione del governo nei confronti dei media e della pubblica opinione.
Anche perché, senza una risposta ferma della categoria, non è da escludere che in futuro ci saranno altre misure vessatorie adottate da questo o da altri governi.
I diritti, in democrazia, vanno difesi. Non sono acquisiti per sempre. Non possono essere affidati alla correttezza e buona fede dei propri avversari. 
Senza un atteggiamento di responsabile fermezza  nessun diritto regge a lungo, soprattutto in presenza di una situazione in cui, tante volte, il diritto dello Stato tende a prevalere sullo Stato di diritto.