PENSIONI, RISPETTARE LA SENTENZA DELLA CONSULTA. I PENSIONATI NON ACCETTERANNO COMPROMESSI

Corte costituzionale

La sentenza della Consulta sulla perequazione delle pensioni ha scatenato una gara fra politici, costituzionalisti e opinion makers a ingraziarsi il governo cercando la soluzione meno costosa per le casse pubbliche e quella più penalizzante per i pensionati.
Non vogliamo polemizzare con nessuno e non faremo nomi in quanto tutti hanno portato argomentazioni talmente banali che non meritano alcuna pubblicità gratuita.
Vogliamo solo fissare alcuni punti fermi che sono indiscutibili.
Punto 1. La sentenza riguarda tutti i pensionati e il governo non può fare nulla per ridurne la portata. 
Il sistema di perequazione vigente nel 2011 prevedeva che i trattamenti pensionistici fossero rivalutati ogni anno per fasce di importo con indici di adeguamento che erano del 100 per cento per le fasce fino a tre volte il minimo INPS, del 90 per cento per le fasce fra 3 e 5 volte il trattamento minimo INPS, del 75 per cento per le fasce eccedenti 5 volte il trattamento minimo INPS.
Il Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 ha stabilito che “per il 2012 e 2013 la rivalutazione automatica (perequazione) è riconosciuta esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS”, abrogandolo, quindi, per gli altri.
La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima tale norma .
Quindi, automaticamente, torna in vigore la normativa precedente e la perequazione spetta a tutti secondo i criteri differenziati fissati dalle disposizioni modificate.
Il governo non può fare nulla, se non pagare la perequazione, così come prevista dalla disciplina all’epoca vigente. Potrebbe fare una nuova legge, ma a parte il fatto che dovrebbe essere, comunque, in linea con i principi fissati dalla Corte, avrebbe valore solo per il futuro. Per il passato è un obbligo giuridico applicare la vecchia normativa.
I presunti esperti che parlano di restituzione parziale non hanno letto la sentenza o non conoscono la legge o non sanno leggere una legge e/o una sentenza o vogliono semplicemente compiacere Renzi e l’Esecutivo. Le soluzioni che propongono avrebbero l’unico risultato di intasare i tribunali e di aggiungere ai costi consolidati le spese legali di vertenze perdute in partenza.
Punto 2. La sentenza della Corte Costituzionale era scontata, in quanto riprende e riconferma la giurisprudenza consolidata pregressa.
Tanto per citare solo l’ultima pronuncia, con la sentenza 316 del 2010, la Corte, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in un giudizio analogo aveva precisato “Deve essere, tuttavia, segnalato che la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere di acquisto della moneta”.
Andare a riproporre, a distanza di pochi mesi, un blocco della perequazione ancora più rigido del precedente è stata una decisione che non ha alcuna giustificazione né sotto il profilo giuridico, né sotto quello politico.
Senza considerare altre anomalie che la Corte ha giudicato illegittime, come il differenziare le pensioni per importi globali, senza ragionare per fasce come si era fatto fino a quel momento. Non è necessario essere un luminare del diritto per capire che riconoscere la perequazione al 100 per cento a chi ha una pensione di 1.500 euro ed escludere in toto chi ha una pensione di 2.000 euro è una decisione che contrasta con i principi di ragionevolezza e proporzionalità che sono principi di valenza costituzionale ai quali il legislatore non può sottrarsi.
Punto 3.  L’art. 24, co. 25 del D.L. 201 del 6/12/2011 dice testualmente “In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici ……….è riconosciuta esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento”.
Il che significa ammettere che il blocco della perequazione era finalizzato a coprire esigenze di cassa del Tesoro. Cosa, ovviamente, vietata dalla nostra Carta fondamentale la quale all’art. 53 dice che Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività. 
Gli apprendisti stregoni che hanno provocato il problema e ora si agitano in modo scomposto contro la Corte, dovrebbero sapere che le esigenze di bilancio si coprono con entrate tributarie, non colpendo una singola categoria che, tra l’altro, è una delle più povere del Paese.
La Consulta non si è limitata ad annullare la norma. Ha dato una sonora bacchettata a chi ha deliberato quel decreto definendolo “singolare”. Nel linguaggio paludato dei dirimpettai del Quirinale si tratta di una bocciatura solenne, sul piano giuridico, sul piano tecnico e sul piano politico. Uno zero in pagella, l’ennesimo, all’Esecutivo dei “professori”. I protagonisti di quella stagione fallimentare farebbero bene a osservare un dignitoso silenzio. 
Punto 4. La previdenza è una cosa seria. Bisogna finirla, una volta per tutte, di prendere per i fondelli l’opinione pubblica.
Il sistema previdenziale non solo è in equilibrio, ma è in surplus da molti anni. I problemi dell’INPS, ammesso che ce ne siano, derivano dal fatto che lo Stato ha scaricato sulla previdenza i costi della assistenza che andrebbero, invece, imputati alla fiscalità generale e, per di più, vedi INPDAP, ha omesso di versare i contributi per i propri dipendenti venendo meno a un preciso obbligo giuridico.
Chi dice che i pensionati in regime retributivo incassano più di quanto hanno pagato, ripete  un’idiozia che non ha alcun senso né sul piano giuridico, né su quello strettamente previdenziale. I pensionati in regime retributivo hanno lavorato per quaranta anni e hanno cominciato a pagare contributi negli anni ’60 e ’70. Contributi investiti, in larghissima prevalenza, nel settore immobiliare che ha registrato rivalutazioni da favola. Se quel patrimonio fosse stato amministrato  con un minimo di diligenza  oggi l’INPS sarebbe in grado non solo di fare fronte ai propri obblighi previdenziali e a quelli assistenziali che impropriamente gli sono stati accollati, ma sarebbe l’Istituto previdenziale più ricco del mondo e avrebbe, anche, risorse da investire in altre attività di pubblico interesse.
Punto 5. Le cifre che stanno circolando in questi giorni sono terroristiche e non hanno alcun collegamento con la realtà. Gli importi effettivi sono molto più contenuti, e sostenibili senza problemi dal sistema previdenziale, utilizzando, se del caso, accorgimenti già usati in passato per ridurre l’impatto sui conti pubblici senza venire meno alle regole dello stato di diritto. Ovviamente, se la predisposizione delle misure è affidata alle stesse persone che hanno elaborato il decreto legge Fornero, tutto diventa più difficile.
Punto 6. Le intemerate moraliste contro i pensionati hanno il fiato corto. I diritti previdenziali della stragrande maggioranza dei pensionati derivano da leggi a valenza generale e sono incontestabili sul piano giuridico, sul piano tecnico e sul piano morale. 
Diverso è il caso di trattamenti particolari che derivano da norme ad personam o ad castam. 
Ma su quelli nessuno parla, come nessuno parla sui profitti di regime fatti sulla amministrazione e sulle vendite a prezzi di saldo del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali.
Sarebbe interessante un’inchiesta parlamentare sulla materia. Probabilmente, si scoprirebbe che molti di quelli che strillano più forte contro i pensionati sono fra i beneficiari di un sistema di gestione disinvolto che ha depauperato gli Enti previdenziali, i pensionati e le finanze pubbliche.
Punto 7. I pensionati non devono considerare la sentenza della Consulta una conquista definitiva. Il governo e i poteri forti colpiscono la categoria perché è poco reattiva. 
È necessario che i pensionati cambino atteggiamento e difendano i loro diritti. E che si oppongano con fermezza a ogni tentativo di prevaricazione. Le sentenza della Consulta non è un punto di arrivo ma un punto di partenza.