PENSIONE ANTICIPATA, SERVONO MISURE EFFICACI E COERENTI

Ministro del Lavoro Giovannini
Il piano del ministro Giovannini per la pensione anticipata è la prova che il governo é consapevole delle gravi difficoltà che la riforma previdenziale ha provocato alle aziende e ai cittadini ma non ha il coraggio di avviare idonee iniziative legislative per affrontare il problema alla radice.
L’invenzione dell’ultimo minuto è un prestito a interessi zero al lavoratore che voglia andare in pensione con un anticipo fra i due e i quattro anni rispetto al termine fissato dalla legge, prestito che dovrebbe essere restituito in un lungo arco di tempo con rate basse e senza interessi. Misura limitata, peraltro, ai soli dipendenti privati e, quindi, viziata da palese vizio di illegittimità costituzionale, in quanto non c’è alcun motivo di escludere i dipendenti pubblici che hanno gli stessi diritti di quelli del settore privato.
Un marchingegno complesso, di difficile comprensione, che non potrà mai incontrare il favore dei lavoratori e che serve solo ad evitare una esplicita ammissione della necessità di fare retromarcia rispetto ai limiti fissati dalla legge Fornero.
Quella legge è un fallimento perché non tiene conto delle interrelazioni fra sistema pensionistico e mercato del lavoro e non considera gli effetti che le nuove soglie hanno sulla occupazione, sui costi aziendali e sulla produzione.
Però, evidentemente, il ministro non riesce a superare i condizionamenti delle lobby della previdenza e non ha il coraggio di intervenire con un provvedimento diretto che ripristini un minimo di flessibilità che incida positivamente sull’occupazione e sui consumi.
Ricapitoliamo i termini del problema.
Dopo la riforma, la gestione del personale è diventata insostenibile per le imprese. Prima, erano frequentissime le operazioni di turn over che con il prepensionamento dei dipendenti prossimi alla pensione e l’assunzione di giovani consentivano alle aziende di ridurre il costo del lavoro e di accrescere l’efficienza produttiva.
Interi settori, a cominciare dalle banche, hanno risanato i conti e accresciuto la competitività per questa via.
La riforma Fornero ha distrutto questo meccanismo e, se non si troverà una soluzione, aggiungerà un ulteriore fattore di declino ai tanti che già rischiano di pregiudicare il futuro del sistema produttivo.
Al di là dei problemi di ordine sociale e, in particolare, della disoccupazione giovanile, ripristinare un naturale turn over è una delle scelte che peseranno sulla ripresa dello sviluppo.
Anche perché il blocco delle assunzioni e la riduzione dell’occupazione incidono negativamente sui consumi e condizionano in misura rilevante tutte le variabili dell’economia.
Di tutto ciò è consapevole il Parlamento che ha approvato, su iniziativa del Centro Democratico, ordini del giorno e mozioni che impegnano l’Esecutivo ad avviare su larga scala la staffetta generazionale per combattere la disoccupazione giovanile e rilanciare i consumi e la crescita.
Ed è consapevole lo stesso governo che ha dato parere favorevole a quelle risoluzioni e le ha confermate con altre prese di posizione ufficiali.
D’altronde, iniziative analoghe ha adottato il governo francese che, pure, deve gestire una situazione molto meno preoccupante di quella italiana.
Alla luce di tali considerazioni il prestito pensionistico appare uno strumento palesemente inadeguato e, soprattutto, inefficace rispetto al risultato da conseguire. È, piuttosto, espressione inequivoca dell’impotenza del governo che non riesce ad affrontare con la necessaria determinazione nemmeno problemi essenziali quali l’occupazione e la previdenza e sembra prigioniero di ambienti burocratici impermeabili al cambiamento .
Anche perché si verificano eventi che dimostrano che all’Esecutivo sfugge quel potere di indirizzo e di coordinamento sulle strutture della pubblica amministrazione che assumono, spesso, iniziative non coerenti, anzi contrastanti, rispetto all’orientamento politico generale.
L’ultimo caso riguarda proprio la previdenza. C’è una norma di legge che, in via sperimentale, consente alle lavoratrici di andare in pensione in via anticipata con il metodo contributivo. È una sperimentazione che dovrebbe durare fino al 31 dicembre 2015, per, poi, essere eventualmente prorogata alla luce dei risultati conseguiti.
Sperimentazione che, invece, potrebbe cessare prima della scadenza a seguito di una circolare dell’INPS che ha stravolto la norma con una interpretazione abnorme che ne bloccherebbe l’applicazione con un anno di anticipo.
La tesi dell’INPS eliminerebbe uno degli ultimi margini di flessibilità del sistema, in contrasto con l’orientamento del governo che tenderebbe, invece, ad accrescere tali margini, sia pure senza mettere in discussione la riforma previdenziale.
Per di più, il parere dell’INPS contrasta con quello della Commissione Lavoro del Senato che, alla unanimità, ha dato una interpretazione autentica della norma che è agli antipodi rispetto a quella dell’Istituto di previdenza.
In uno stato normale l’interpretazione del Parlamento non potrebbe non essere considerata prevalente rispetto a quella, peraltro interessata, di un ente previdenziale.
Ma l’Italia è ancora un paese normale?