PENSIONATI: LA PEREQUAZIONE VA RIPRISTINATA PER TUTTI. PORRE FINE AL TAGLIEGGIAMENTO DELLA CATEGORIA.

Giorgio Benvenuto
“Lasciate stare i pensionati” è un interessante e documentato articolo di fondo sul Corriere della Sera del 9 ottobre scritto a quattro mani da Massimo Fracaro e Nicola Saldutti.
È necessaria una tregua ai pensionati e ai pensionandi. Vanno evitati ulteriori nuovi cambiamenti in particolare dell’età previdenziale e dell’indicizzazione delle pensioni.
L’unica riforma, o meglio controriforma che la seconda repubblica è stata capace di fare a tappe forzate è quella pensionistica. Ai pensionati sono stati richiesti molti, moltissimi sacrifici. È arrivato il momento di lasciarli in pace. Le risorse necessarie vanno trovate altrove.
È ora di dire basta allo spreco, allo sperpero della spesa pubblica, ad un federalismo vorace che ha fatto esplodere la fiscalità di competenza degli enti locali.
Il Ministro del Lavoro Enrico Giovannini ha confermato l’intenzione del Governo di ripristinare l’indicizzazione delle pensioni al di sotto dei 3.000 euro lordi al mese (poco più di 2.000 netti). Per quelle al di sopra di quel limite l’anno prossimo si prorogherà il congelamento che è in atto dal 2011, secondo una delle tanto improvvide decisioni del Governo Monti.
Il congelamento della rivalutazione delle pensioni avrà effetti moltiplicativi che si sommeranno alla soppressione dell’aggancio agli aumenti contrattuali adottata dal Governo Amato nel 1992 (doveva essere provvisorio, ma è finito, come tanti provvedimenti, per essere definitivo).
Ecco come funziona il meccanismo della cosiddetta perequazione.
 
La percentuale di aumento per variazione del costo della vita (l’ex “scala mobile”) si applica a scaglioni. Nel senso che viene riconosciuto per intero (100% del tasso di inflazione) sull’importo di pensione sino al triplo del minimo, al 90% per fascia di importo compresa tra il triplo e il quintuplo del minimo e al 75% per la fascia d’importo eccedente cinque volte il minimo. Nei primi otto mesi dell’anno la crescita dei prezzi è rimasta nell’ordine dell’1,5% circa. L’aumento di gennaio 2014, dopo il ripristino parziale del meccanismo originario, sarà così articolato: a) più 1,5% (ossia aliquota intera) sulla fascia di pensione mensile sino a 1.487 euro, tre volte il minimo di dicembre 2013; b) più 1,35% (90% dell’incremento) sulla fascia di importo mensile tra 1.487 e 2.478 euro; c) più 1,125% (75% dell’incremento) sulla fascia di pensione mensile tra 2.478 e 2.973 euro, 6 volte il minimo di dicembre 2013; d)  per le pensioni di importo superiore a 2.973 euro, sulla quota eccedente non ci sarà più alcun adeguamento di scala mobile. È però previsto un piccolo correttivo per le pensioni vicine al limite che altrimenti resterebbero penalizzate.
Il mancato adeguamento delle pensioni all’andamento dell’inflazione, che è stato prorogato al 2014, farà perdere in dieci anni 4.000 euro. C’è un effetto trascinamento. La perdita dovuta al meccanismo cresce nel tempo: si perdono anche gli aumenti sulle correzioni.
È bene fare qualche conto. Il primo intervento sulle pensioni è del Governo Amato, 22 anni fa. In particolare venne allora aumentata l’età per il pensionamento e le pensioni rimasero indicizzate solo al costo della vita e non più ai salari. 
Lamberto Dini nel 1994 modificò radicalmente il sistema previdenziale italiano, trasformandolo da un sistema retributivo ad uno contributivo con un lungo periodo di transizione. 
Nel 2011 con il Ministro Fornero il periodo di transizione è stato annullato. 
Dal 2012 tutti i pensionati sono passati pro-quota al sistema contributivo, con una riduzione significativa dei benefici previdenziali. Ora si torna a parlare di nuovi interventi. È  allo studio una ipotesi per intervenire sulle pensioni d’oro. Giusto, ma quali sarebbero le pensioni d’oro? Quelle dei ceti medi, quelle di circa 2.000 euro netti? È scorretto definirle così. Gli assegni previdenziali d’oro esistono, certo, ma su quelli non si sono visti interventi così veloci come l’iter parlamentare che li ha introdotti. Toccarli, spiegano i tecnici, aprirebbe un contenzioso che coinvolgerebbe la Corte Costituzionale, da qualche tempo tutta protesa a difendere i privilegi e ad ignorare la lesione dei diritti. Anzi, l’INPS ha attuato immediatamente la sentenza della Corte Costituzionale avviando in poche settimane la restituzione dei contributi di solidarietà già versati dai pensionati d’oro dal 2011 ad oggi (quelli con più di 90.000 euro annui), con l’avvertenza che non procederà ad ulteriori decurtazioni.
Meglio prendersela con i pensionati.  Così come si voleva fare con l’IMU (è considerato d’oro un monolocale periferico; sono abitazioni popolari invece quelle in Piazza di Spagna o in Piazza Navona; sono addirittura ruderi o porcilai i casali rimessi a nuovo nelle campagne). Insomma la perequazione doveva essere ripristinata per tutti i pensionati. Invece è rinviata al 2015, salvi ulteriori probabili slittamenti. 
Eppure i pensionati sono i più taglieggiati. Prima il Governo Monti, poi il Governo Letta, hanno usato ed usano la mano pesante.
L’ulteriore aumento dell’IVA, delle aliquote sociali del 4% sui beni di prima necessità, danneggia soprattutto i pensionati. Si sentono, come ha ricordato Giulio Tremonti, ragionamenti del tipo “sul pane l’incremento dell’IVA non lo nota più nessuno perché ci sono tanti tipi di pane”. Si dice pudicamente che si vuole procedere alla razionalizzazione delle aliquote IVA presentandola come una partita di giro. In realtà si tratta di una vera e propria partita di raggiro che consentirà di proseguire sulla strada dell’incremento dell’IVA. Una ingiustizia e una forma di politica economica autolesionista.
Il federalismo fiscale si è scatenato in un diluvio di tasse attraverso il meccanismo delle addizionali che pesa di più sui redditi medio-bassi. È proporzionale e non progressivo. Anche la nuova tassa, la Service Tax, che assembla l’IMU e la Tarsu, finirà per incidere su quei pensionati che sono proprietari dell’alloggio ove vivono.
In questo quadro così complesso si parla di ricalcolare le pensioni erogate con il sistema a ripartizione. Si parla di necessaria e obbligatoria solidarietà degli anziani per i giovani. Siamo fuori strada. I pensionati in venti anni hanno contribuito a colmare i buchi del bilancio pubblico. È stato uno sforzo immane. Inutile. Gli sprechi, gli sperperi, le ruberie hanno vanificato quei sacrifici; l’occupazione dei giovani è diminuita; il paese dopo la stagnazione è nella palude della recessione.
Eppure sarebbe stata sufficiente una politica economica diversa. Si doveva e si deve agire sostenendo la domanda. Si è fatto il contrario. Sono stati bloccati i contratti; sono state ridotte le pensioni; si sono aumentate le tasse. Ecco i cardini di una politica economica voluta dai tecnici e dalla Banca d’Italia.
Occorre cambiare. Come è avvenuto per la Francia e per la Spagna deve essere consentito di superare il limite del 3% del deficit dei conti pubblici imposto dall’Europa. Vanno definite come priorità norme per abbassare il carico fiscale, per sostenere la domanda interna, per dare lavoro ai giovani.
Il tema delle pensioni non ha pace. Monti e Fornero hanno commesso gravi errori con il brusco aumento dell’età pensionabile. È esploso il caso degli esodati (migliaia di lavoratori senza pensione e senza lavoro). Il balzo in avanti dei nuovi limiti di età ha impedito a centomila giovani di trovare occupazione in base al turnover tradizionale. 
È stato necessario in passato ridimensionare il sistema di welfare, troppo generoso a partire dalle pensioni (baby pensioni, prepensionamenti, etc.). Ora però occorre una strategia più precisa, evitando ogni forma di stillicidio.
Gli ammortizzatori sociali di vario tipo si devono coniugare con le politiche attive del mercato del lavoro. In cinque anni, dal 2008 al 2013, sono stati spesi 90 miliardi di euro per le politiche passive (varie forme di Cassa Integrazione, mobilità, indennità di disoccupazione). Una riflessione va fatta. Per quanto tempo si potrà andare avanti con interventi sempre più onerosi per l’immediata sopravvivenza? Siamo sicuri che quelle risorse siano state spese bene? Come si può pensare di aiutare i giovani a costruire il loro futuro se le poche risorse vengono impiegate per sostenere chi non lavora?
Il nostro sistema pensionistico è un mix tra previdenza ed assistenza. Non si è mai riusciti a superare le due gestioni. Si è scaricato sui conti dell’INPS il finanziamento di pensioni date generosamente senza nessun riferimento tra contributi ed erogazione previdenziale (è il caso dell’INPDAI, dei fondi per i telefonici, gli elettrici e via dicendo).
Si è da poco realizzata la fusione tra INPS ed INPDAP, senza trasferimenti di risorse. Nel settore del pubblico impiego i fondi non erano accantonati. Si navigava a vista. Ora per pagare le pensioni ai lavoratori in quel settore si corre il rischio di mandare a fondo l’INPS.
Bisogna mettere ordine nella spesa previdenziale. Occorre colpire i privilegi, non ledere i diritti. Va riordinato il sistema del welfare. Vanno eliminati gli sprechi. Sono molti. Lo spreco delle risorse è insopportabile. Il sistema sanitario nelle mani delle regioni è permeabile a forme di corruzione e di clientelismo. Le disuguaglianze e le inefficienze sono sempre meno tollerate. Le pensioni d’oro (quelle, per intenderci, di mille euro al giorno) sono uno schiaffo alla miseria.
In Germania, ad esempio, non esistono pensioni d’oro: vige un sistema pensionistico nell’insieme parsimonioso e nello specifico delle posizioni più elevate, rigorosamente plafonato in alto.
Una revisione dei privilegi acquisiti è decisamente più progressista e moderna che la loro difesa ad oltranza. L’intervento deve essere sui privilegi e non sui diritti acquisiti. La Corte Costituzionale ha confuso e confonde i privilegi con i diritti. Sono singolari le pronunce di incostituzionalità sui contributi di solidarietà richiesti alle alte pensioni e il tetto alle incredibili retribuzioni dei manager. È inaccettabile il silenzio sul diffondersi delle consulenze, un modo per aggirare il blocco delle assunzioni o le regole per permettere ai giovani di poter contare sulla propria professionalità invece di andare alla ricerca di ogni forma di raccomandazione.
Il nostro è diventato un paese che assomiglia sempre di più alla vecchia Italia dello Statuto Albertino. “Le leggi si applicano ai nemici, si interpretano per gli amici”. Sembra che quell’amara constatazione di Giovanni Giolitti stia sostituendo la vecchia scritta “la giustizia è uguale per tutti”.
Troppe deroghe, troppo formalismo giuridico, troppa disattenzione sulle ineguaglianze, troppa tolleranza sugli sprechi e sulle ruberie.
Si cita spesso la Costituzione repubblicana. Qualche volta a sproposito. Qualche altra con superficialità. È vero. Ecco però una citazione di quello che argomentò Amintore Fanfani, passato ingiustamente alla storia come politico sferzante e prepotente nella partita del potere: “dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere che è anche diritto a un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale”.