PADOAN SBAGLIA. LA CONSULTA È STATA IMPECCABILE. INTERVIENE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Pier Carlo Padoan

Le dichiarazioni del ministro Padoan nell’intervista a Repubblica nei confronti della Corte Costituzionale sono talmente sopra le righe che è intervenuto il Capo dello Stato: “Non vedo né scontri né tensioni tra Governo e Corte Costituzionale. È, comunque, naturalmente, buona regola mantenere fra gli organi costituzionali relazioni vicendevolmente rispettose, affinché ciascuno di essi possa svolgere serenamente la propria preziosa funzione”.
Avvertimento felpato nella forma ma severo nella sostanza. 
In effetti, le dichiarazioni del responsabile dell’Economia sono gravi e dimostrano un rifiuto delle regole basilari che presiedono ai rapporti fra i poteri in uno stato democratico.
Padoan ha un ruolo che non richiede una formazione da giurista, ma un  ministro ha il dovere di conoscere e di accettare la nostra costituzione e non può mettere in discussione il ruolo degli organi di garanzia.
Invece, dall’intervista traspare una concezione disinvolta dei principi fissati dalla nostra Carta fondamentale.
Padoan parla di “cooperazione fra organi dello stato” e ritiene che “sarebbe stata opportuna la massima condivisione dell’informazione fra Corte, ministri e avvocatura”.
In pratica la Corte, che era chiamata a giudicare in una vertenza in cui il governo era parte avrebbe dovuto, secondo questa singolare tesi, informare il governo stesso e i ministri (e l’avvocatura dello stato che ne patrocinava gli interessi), in merito all’esito del giudizio e cercare il loro consenso preventivo per la valutazione dell’impatto finanziario delle decisioni da assumere. Una concezione autoritaria dello Stato secondo la quale il governo sarebbe “legibus solutus” in quanto potrebbe sempre coprire i propri abusi con l’alibi delle esigenze di bilancio e in cui il cittadino tornerebbe ad essere suddito. Un vero e proprio sovvertimento delle regole fissate dalla Costituzione e degli stessi principi che risalgono a Montesquieu sulla separazione dei poteri in uno stato democratico.
Ma, anche senza conoscere Montesquieu, basta leggere l’art. 111 della nostra Costituzione per capire che in qualunque procedimento giudiziario il giudice deve essere terzo e imparziale fra le parti in causa. Che una delle parti sia il governo è un motivo in più per rivendicare e garantire questa terzietà. 
Peraltro, la ragion d’essere della Consulta è proprio nella tutela dei cittadini dalle prevaricazioni del governo e del Parlamento, quando vengano violati, come in questo caso, diritti di rango costituzionale. 
Sarebbe stato un vulnus molto grave se il Presidente della Corte avesse anticipato al Presidente del Consiglio la sentenza. Sarebbe stata una violazione di legge commessa proprio dalla più alta autorità di garanzia dell’ordinamento italiano.
Sul punto registriamo la dichiarazione del Presidente del Comitato per la Legislazione, Nello Formisano, il quale, da noi intervistato, ha evidenziato che “il governo, in quanto parte nel giudizio, avrebbe fatto bene ad astenersi da commenti sulla sentenza e, comunque, da valutazioni irrituali sull’operato della Corte che è sovraordinata rispetto agli altri poteri dello Stato. Come dimostrano sia la disamina delle funzioni  della Corte stessa, sia le norme relative alla elezione,  alle incompatibilità e alle guarentigie dei giudici costituzionali”.  
Questo sul piano formale.
Sul piano del merito, non è vero che la sentenza della Corte ha provocato un buco nei conti del Tesoro. Il buco è stato provocato dal governo Monti e dalla già nota ministra Fornero che, dovendo fare fronte a esigenze di finanza pubblica, invece di seguire la linea ortodossa di distribuire gli oneri fra tutti i cittadini con l’imposizione fiscale, hanno voluto far gravare il peso su una sola categoria, scegliendo, per di più, una categoria debole quali sono i pensionati.
Chi predispose e approvò quel decreto legge commise un errore ancora più grave di quanto appaia a prima vista, in quanto la Corte costituzionale solo pochi mesi prima, pur respingendo un ricorso contro un precedente blocco della perequazione, aveva affermato che ulteriori provvedimenti della specie sarebbero stati considerati illegittimi.
Pertanto, era noto a tutti gli italiani e sicuramente ai membri del governo che quel provvedimento che stavano adottando sarebbe stato dichiarato incostituzionale, o almeno era a forte rischio di illegittimità. E’ stato, quindi, non solo un errore, ma una gravissima negligenza commessa o per ignoranza (nel senso che chi ha deciso ignorava quella sentenza che seguiva ad altre dello stesso tenore) o per arroganza (nel senso che chi ha predisposto quel decreto immaginava che la Corte, messa di fronte al fatto compiuto, non avrebbe avuto il coraggio di essere coerente con la sua giurisprudenza consolidata).
Nell’uno come nell’altro caso si è trattato di negligenza colpevole, di cui i responsabili dovrebbero essere chiamati a rispondere. Se si fosse seguita la strada maestra di ricorrere alla imposizione fiscale spalmando l’onere su tutti i cittadini il problema oggi non ci sarebbe. Così come non ci sarebbe se, una volta giunta la questione all’esame della Consulta, i governi tempo per tempo in carica avessero provveduto ad effettuare accantonamenti prudenziali, come sarebbe stato doveroso e come sono obbligati a fare gli imprenditori di fronte a un probabile esito negativo di una vertenza giudiziaria.
Ultimo punto, l’equità intergenerazionale. I governi degli ultimi venti anni hanno condannato i giovani a rimanere fuori dal mercato del lavoro con riforme che hanno protratto i termini di pensionamento senza alcuna valutazione dell’impatto che queste decisioni avrebbero avuto per le nuove generazioni.
Padoan, se vuole essere attento alle esigenze dei giovani, deve partire dalla premessa che essi  vogliono, innanzitutto, che sia salvaguardato il loro diritto al lavoro, altro diritto assistito da tutela costituzionale. Non vogliono squallide mance racimolate violando i diritti di altre categorie di cittadini.
A parte la considerazione che l’affermazione che il provvedimento era finalizzato ad una improbabile  equità intergenerazionale è chiaramente apodittica. È indimostrato e indimostrabile, perché non è vero, che i fondi ricavati dallo scippo della perequazione ai pensionati siano stati destinati  alle giovani generazioni.
La Corte Costituzionale è rimasto l’ultimo baluardo a difesa dei cittadini e merita la stima e la gratitudine di tutti gli italiani. Molto meno ne merita chi ritiene di poter disporre in modo arbitrario di diritti costituzionalmente garantiti e pretende di condizionare le Istituzioni deputate a tutelarli.