OCCUPAZIONE, I DATI DELL’FMI DIMOSTRANO CHE LA SITUAZIONE È GRAVE. MA AL SUD È ADDIRITTURA PEGGIORE

Ministro del Lavoro Poletti

Le cifre sulla occupazione diffuse dal Fondo Monetario Internazionale sono drammatiche. I dati che arrivano da Washington dicono che l’Italia impiegherà almeno venti anni per tornare ai livelli di occupazione pre-crisi, livelli che non erano certamente di piena occupazione.
Il che significa che anche le prossime generazioni di giovani saranno tagliate fuori dal mondo del lavoro.
Ma la situazione è, in realtà, più grave di quanto dicano la analisi dell’FMI.
La CGIA di Mestre ha pubblicato uno studio articolato per regioni e per macroaree e i numeri sono ancora più allarmanti. Dal 2007 al 2015 l’occupazione è diminuita di 932 mila unità. Ma la diminuzione non è stata omogenea fra le diverse regioni. Nel Mezzogiorno sono stati perduti ben 580 mila posti di lavoro, il 62 per cento del totale, percentuale che, applicata a una base occupazionale già precaria e di gran lunga inferiore a quella delle regioni settentrionali, porta alle cifre e alle situazioni da paese del terzo mondo in cui affogano le regioni del Sud.
D’altronde, che la situazione fosse drammatica lo si sapeva già. Non c’era bisogno delle analisi del Fondo Monetario.
La disoccupazione, e in particolare la disoccupazione giovanile, è il problema più grave del nostro Paese. Ed è ora che tutte le azioni di politica economica siano finalizzate a risolvere o ad alleviare il problema.
In tale contesto, lascia perplesso l’orientamento dell’Esecutivo di un taglio delle tasse da 50 miliardi, a partire dalla tassa sulla prima casa. Non per il taglio delle tasse che, ovviamente, è un fatto positivo, ma proprio perché al primo punto ci sono le tasse sulla prima casa, in contrasto, peraltro, con le indicazioni dell’Unione europea che, giustamente, ritiene vadano privilegiati il costo del lavoro e il cuneo fiscale. 
A parte la considerazione che fra le tante gabelle che ci sono in Italia quella sulla prima casa, che ammonta, in media, a 17 euro al mese a famiglia, come ha rilevato l’istituto di studi Nomisma, è sicuramente la più sopportabile.
Non si comprende perché non partire subito con la riduzione delle tasse sul lavoro, che sarebbe rimandata, invece, al 2017.
Una situazione così drammatica  impone di rovesciare l’ordine degli interventi, di dare precedenza assoluta alle imposte sul lavoro e di orientare alla risoluzione del problema occupazione anche tutte le altre politiche dell’Esecutivo, da quella industriale a quella della legislazione lavoristica e previdenziale per finire con gli investimenti pubblici e con le grandi opere.