OCCUPAZIONE E SVILUPPO: IL 2015 POTREBBE ESSERE L’ANNO DELLA SVOLTA. MA IL GOVERNO DEVE FARE DI PIÙ

Matteo Renzi
L’avvio altalenante dei corsi di borsa e le valutazioni incerte degli istituti specializzati timorosi di esporsi dopo i clamorosi errori di previsione degli ultimi anni non devono trarre in inganno. L’anno che è appena iniziato potrebbe segnare una inversione di tendenza significativa per la nostra economia.
Sono molti i fattori che potrebbero influire positivamente sulla congiuntura.
Il primo è la riduzione dello spread e dei tassi di interesse che si sono consolidati su livelli nettamente inferiori rispetto al passato con due effetti entrambi rilevanti. Un potenziale risparmio di alcuni miliardi di euro per il Tesoro che aprirebbe spazi imprevisti per una presenza più attiva della mano pubblica a sostegno della economia reale.  E denaro a costo più basso per le aziende produttive con vantaggi per la competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali.
Ovviamente i tassi scendono anche per altri paesi. Ma gli effetti sono più significativi per l’Italia, la cui industria è stata penalizzata per anni da un elevato differenziale del costo del denaro e che registra un alto livello di indebitamento sia come settore pubblico che come sistema industriale. 
Il secondo è il forte ribasso del prezzo del petrolio con effetti positivi sia sulla bilancia dei pagamenti che sui conti economici dei privati e delle aziende e con ricadute favorevoli sui costi, sui volumi di produzione e sulle quote di mercato delle imprese italiane. Si calcola che, se confermata nel medio periodo, la riduzione del prezzo del petrolio potrebbe comportare, da sola,  un aumento dello 0,5 per cento del PIL per il nostro Paese. 
Terzo punto, il corso dell’euro continua a scendere ed è stabilmente al di sotto di 1,20 rispetto al dollaro. Sono prevedibili  effetti benefici per tutti i paesi della UE rispetto alle altre economie avanzate. Anche le imprese italiane dovrebbero trarre vantaggio da questo andamento in termini di  esportazioni, di utili, di investimenti e di occupazione.
A questi tre fattori si aggiungeranno, a breve, gli interventi della Banca Centrale Europea finalizzati a stabilizzare il debito dei Paesi periferici dell’Unione e a riportare a un due per cento tendenziale il tasso di inflazione, con riflessi positivi per tutto il continente ma, ovviamente, amplificati per le economie più indebitate e, quindi, in particolare, per quella italiana.
Ultimo fattore positivo, a mio avviso, il probabile successo di Syriza  nelle elezioni di fine gennaio in Grecia. Al di là delle manovre strumentali e delle probabili speculazioni di borsa, una eventuale vittoria del partito guidato da Alexis Tsipras costringerebbe l’Unione europea a rivedere drasticamente la sua politica economica con una svolta in senso espansivo per rilanciare la produzione e l’occupazione. Svolta che è già iniziata, peraltro, sotto la spinta degli eventi e, soprattutto, per la fermezza di Draghi nel difendere il suo ruolo e la mission della Banca Centrale Europea dagli attacchi scomposti e infondati, sul piano economico e su quello giuridico, dei falchi della Banca centrale tedesca.
Sono, tutti, fatti che concorrono a contrastare la congiuntura recessiva in atto e consentono di guardare con maggiore fiducia al futuro della nostra economia.
Però, la congiunzione astrale favorevole non è sufficiente.
Sta al governo italiano cogliere le opportunità che le variabili economiche offrono in questa fase avviando una politica economica e un pacchetto di riforme che moltiplichino e accelerino l’impatto benefico dei fattori esterni sulla economia reale.
Ma le riforme possono avere anche effetti negativi se non sono coerenti con gli obiettivi da raggiungere. Quindi, non riforme fini a se stesse o per compiacere le lobbies europee, sensibili, talvolta, più alla speculazione finanziaria che alle esigenze dei settori produttivi. Ma, riforme funzionali alla crescita dell’occupazione e della produzione, che diano certezze ai lavoratori e agli imprenditori e diffondano un rinnovato clima di fiducia nel futuro. E politiche organicamente finalizzate a consolidare i segnali di crescita evidenziati nelle ultime settimane.
Una politica fiscale amica, che crei sviluppo, che dia fiducia ai cittadini, che guardi con rispetto al contribuente, che concentri il proprio interesse sulla vera evasione che raggiunge cifre senza alcun riscontro negli altri paesi e che può essere combattuta con successo se c’è la volontà politica di perseguirla.
Una politica economica orientata allo sviluppo, in controtendenza rispetto alla linea dominante negli anni più recenti. 
Una politica industriale che dia sostegno ai settori ad alta intensità di lavoro e ai territori che hanno maggiori prospettive di sviluppo, a cominciare dalle regioni meridionali. Che dia priorità assoluta al cofinanziamento nazionale dei progetti beneficiari di fondi europei  che, in mancanza, vanno inevitabilmente perduti. Che valorizzi il made in Italy autentico, la cui produzione sia localizzata al 100 per cento nel nostro Paese. 
Un politica che dimostri che lo Stato è vicino agli imprenditori veri che creano lavoro e fanno industria e non agli speculatori di bassa lega dediti a manovre finanziarie fini a se stesse che sono causa di incertezza e di destabilizzazione per il sistema economico.
Una politica del lavoro che faccia dell’occupazione il fine primario della azione del governo.
I fattori esterni non saranno sempre favorevoli. È doveroso sfruttare in modo ottimale le opportunità che la attuale situazione offre per dare spessore alla ripresa  che, in mancanza di iniziative di supporto adeguate, potrebbe rivelarsi effimera e fonte di nuove delusioni.