OCCUPAZIONE E DOMANDA INTERNA. LE LEVE PER IL RILANCIO DELL’ECONOMIA

piercarlo padoan
Il 2015 sarà sicuramente un anno di svolta per la nostra economia.
Lo spread sotto quota novanta è solo l’ultimo dei segnali positivi che si susseguono da alcuni mesi a questa parte.  Si aggiunge alla progressiva flessione del cambio euro/dollaro che, ormai, punta verso la parità e alla riduzione del prezzo del petrolio.
Gli effetti di questa evoluzione dei fattori esterni del quadro macroeconomico saranno tangibili nei prossimi mesi sia in termini di allentamento della tensione sui conti pubblici che di riduzioni dei costi e di aumento della competitività per il sistema produttivo.
La riduzione dello spread, ipotizzando un trend costante per tutto il 2015, dovrebbe comportare un minor costo per il servizio del debito di circa due miliardi di euro, che andrebbero ad aggiungersi ai quattro miliardi già risparmiati nel 2014. 
Lo spread, peraltro, incide non solo sui conti del Tesoro, ma anche sui costi dei finanziamenti alle imprese.
Uno spread alto è un handicap per gli esportatori italiani nei confronti dei produttori tedeschi o francesi. La sua flessione, invece, avrà riflessi positivi sulle nostre esportazioni e sul tasso di sviluppo del sistema economico.
La ripresa si gioverà, inoltre, della flessione del rapporto euro/dollaro che renderà più competitivi i prodotti del vecchio continente con ricadute favorevoli per tutte le economie della zona euro e, quindi, anche per l’Italia, sia per gli effetti diretti, sia per quelli indotti, derivanti dalla crescita degli altri paesi dell’Unione.
Non meno importante sarà l’impatto della riduzione del prezzo del petrolio, che si tradurrà in un minore costo dell’energia per aziende e privati, con conseguenze positive sia per i prezzi dei prodotti, che per le capacità di spesa dei consumatori e, quindi, per la domanda interna.
Da tale evoluzione deriveranno ulteriori benefici per i conti pubblici, in quanto la crescita della economia comporta, ovviamente, un aumento delle entrate fiscali.
Senza considerare gli effetti del quantitative easing che darà, certamente, una ulteriore spinta allo sviluppo e, nel contempo, dovrebbe portare a un costo del denaro in flessione, a tassi di inflazione in risalita e a un cambio euro/dollaro più favorevole per i prodotti dei paesi euro.
È alle porte, quindi, l’avvio di un circolo virtuoso che interesserà sia i conti del Tesoro che l’economia reale.
Questo, però, non significa che la crisi è alle nostre spalle. Gli elementi favorevoli sono molteplici e concordanti. Ma, senza interventi di politica economica idonei potrebbe trattarsi di una ripresa sterile e precaria, destinata a durare solo pochi mesi e a spegnersi ai primi sintomi di tensione o di incertezze sui mercati.
Per capitalizzare la congiuntura favorevole è necessaria una politica economica attiva che non si limiti a gestire l’esistente ma miri a promuovere una ripresa strutturale, rafforzando il sistema produttivo ed eliminando o riducendo l’impatto dei fattori di debolezza che, da venti anni, penalizzano l’economia italiana.
Quindi,  è necessaria  una linea coraggiosa di sostegno ai settori ad alto tasso di occupazione e alle aree, in particolare il Mezzogiorno, che maggiormente sono state colpite dalla crisi in termini di riduzione di posti di lavoro. Combattere la disoccupazione deve essere, in questa fase,  l’obiettivo primario della politica economica in quanto solo invertendo il trend sul mercato del lavoro si potrà dare stabilità allo sviluppo. 
L’occupazione, infatti, soprattutto quella a tempo indeterminato, incide in maniera decisiva sulla domanda interna. E rilanciare la domanda è l’unica strada per costruire un percorso di crescita al riparo dalle incertezze della congiuntura internazionale.
Il governo Renzi ha adottato alcuni provvedimenti pienamente condivisibili, come quello sulla decontribuzione, oppure quello degli ottanta euro.
Ma, provvedimenti isolati non sono idonei  a dare consistenza alla ripresa. 
Nel 2015, secondo le previsioni più attendibili le nuove assunzioni oscilleranno fra le 200.000 e le 300.000 unità. Però, non si tratterà di posti di lavoro aggiuntivi, bensì , in prevalenza, di trasformazione di contratti a tempo determinato e di emersione di lavoro nero.
Per rilanciare in misura significativa l’occupazione e lo sviluppo è necessario l’utilizzo ottimale di tutte le risorse disponibili ma, soprattutto, è necessaria una politica economica che sia funzionale, in tutte le sue articolazioni, alla creazione  di nuovi posti di lavoro. 
Quindi, politica industriale, politica fiscale, interventi sulla previdenza, riforma della pubblica amministrazione, cofinanziamenti delle politiche europee di sostegno alle aree meno sviluppate, investimenti in opere pubbliche, concepiti come momenti interconnessi di una linea complessiva organica e coerente finalizzata ad aumentare l’occupazione a tempo indeterminato e la domanda interna quali leve per trasformare in crescita strutturale la congiuntura espansiva che comincia a delinearsi.
Mai come in questo momento, lo Stato deve essere vicino ai lavoratori, ai settori produttivi e agli imprenditori veri e non agli speculatori dediti a manovre finanziarie volte solo a creare vantaggi per gli azionisti senza alcuna incidenza positiva sulla economia reale, né in termini di valore aggiunto nel breve, né in termini di sviluppo nel medio e nel lungo periodo.