OCCUPAZIONE, DATI DRAMMATICI. PAPA BERGOGLIO: SERVONO CORAGGIO, CREATIVITÀ E RESPONSABILITÀ

Papa Bergoglio
La festa del primo Maggio è stata l’occasione di analisi e previsioni sul problema del lavoro che hanno coinvolto molti osservatori, ma non hanno visto la partecipazione degli esponenti dell’Esecutivo impegnati, da un lato nella battaglia parlamentare sull’Italicum, dall’altra nei festeggiamenti per l’avvio dell’Expo.
Proprio a cavallo del 1 maggio sono usciti i dati ISTAT sull’occupazione a marzo che hanno fatto segnare un ulteriore peggioramento. La disoccupazione è salita al 13% rispetto al 12,7% del mese precedente e al 12,4% di marzo 2014.
In aumento anche la disoccupazione giovanile che supera il 43 per cento, un livello allarmante che non viene valutato con l’attenzione che sarebbe doverosa. 
Non citiamo nemmeno i dati relativi al Mezzogiorno che, ovviamente, sono ancora più disastrosi.
Si sono levate in questi giorni due voci di grande autorevolezza sul tema, quella del Papa e quella del Presidente della Repubblica.
Entrambe hanno evidenziato che quello del lavoro è il problema più importante che ha davanti l’Italia, un problema che, come ha detto Papa Bergoglio, va affrontato con coraggio,creatività e responsabilità.
Renzi sa bene che, al di là dell’Italicum, è su questo problema che si gioca il futuro del governo e, anche, il futuro dell’Italia. D’altronde, ancora prima di succedere a Letta, l’attuale Presidente del Consiglio aveva parlato di un piano per il lavoro che, poi, è stato rimandato di volta in volta, senza mai vedere veramente la luce. 
Il Jobs Act approvato dalle Camere nei mesi scorsi e presentato come l’inizio di una nuova era non ha dato finora nessun risultato, tranne quello di azzerare i diritti dei lavoratori che sono tornati al livello degli anni ’50, senza che questa innovazione incidesse minimamente sugli investimenti, sul PIL e sull’occupazione. Anzi, rimaniamo convinti che l’aumento della precarietà comporta una riduzione della propensione al consumo e, quindi, incide negativamente sul tasso di crescita dell’economia.
Qualche risultato positivo potrà scaturire dalla decontribuzione che, però, è una rivisitazione di norme già in vigore rispetto alle quali non rappresenta un sostanziale passo in avanti.
Anzi, in alcune aree del Paese, ad esempio nel Mezzogiorno, le norme precedenti erano più favorevoli per l’imprenditore intenzionato ad assumere.
Quindi, non sono prevedibili grandi risultati. Probabilmente ci sarà, nella maggior parte dei casi, una trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.  Un effetto positivo ma non particolarmente rilevante e ancora meno significativo se si considera che con le nuove norme i lavoratori a tempo indeterminato sono, comunque, precari, visto che sono licenziabili ad nutum sia con licenziamenti collettivi che con licenziamenti individuali.
Per avere una inversione di tendenza sarebbe necessaria una impostazione radicalmente diversa. Non uno o più provvedimenti per l’occupazione, ma l’occupazione come obiettivo fondamentale di politica economica. Quindi, finalizzare all’aumento della occupazione tutte le decisioni all’esame del Parlamento e del Governo al fine di aggredire questo problema che è primario sul piano economico e drammatico sul piano sociale.
Ancora la settimana scorsa si è perduta, al Senato, l’ennesima occasione di attivare una vera staffetta generazionale approvando, per i soli dipendenti pubblici, un part time a costo zero che, considerate le modalità di attuazione, finirà con l’interessare non più di qualche centinaio di persone con effetti pressoché nulli sulla occupazione e sullo sviluppo, nonché sull’efficientamento della Pubblica Amministrazione.