NO A PRIVATIZZAZIONE RAI. SI MOBILITINO GLI OPERATORI DELL’INFORMAZIONE

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Un pensatore, che da molti anni non è più di moda ma che qualche cosa l’aveva vista con grande chiarezza durante la sua vita e con grande anticipo rispetto ai  suoi tempi, scrisse  una volta che gli uomini possono essere condannati a rivivere come una farsa quello che in precedenza era stata percepita come una tragedia. E viene da pensare proprio a una frase come questa di fronte al governo delle larghe intese quando sento parlare di una imminente privatizzazione, oltre che dell’ENI, una delle poche grandi industrie rimaste in piedi, della RAI, cioè dello strumento di comunicazione pubblico che conserva ancora oggi una grande influenza che deriva dalla perdurante egemonia dei canali televisivi su quelli cartacei, giornalistici ed editoriali, rimasti in una condizione sempre più precaria e tale da far dubitare (parlo delle case editrici, soprattutto) che superino l’anno in corso.

Parlare oggi di privatizzazione della RAI, conoscendo lo stato della nostra politica parlamentare come del nostro apparato produttivo e finanziario (soprattutto di quest’ultimo, investito da una globalizzazione sempre più pervasiva a livello internazionale), significa – mi pare – sottovalutare in maniera pericolosa le interferenze su un simile affare che possono intervenire da parte di poteri occulti tutt’altro che sventati negli ultimi decenni ma anzi sempre più vicini alla cosa pubblica attraverso i grandi capitali di cui dispongono e la presenza delle associazioni mafiose presenti nel paese che gestiscono sempre indirettamente, e a volte in maniera tutt’altro che indiretta, la politica regionale e locale e, attraverso di essa, influiscono in maniera allarmante anche su quella nazionale. Del resto basta ricordare che l’uomo di Arcore continua a disporre della maggioranza nel consiglio di amministrazione della televisione pubblica per avere un’idea della difficoltà in cui è il nostro paese di liberarsi dell’influenza di persone che, comunque la si pensi, sono state giudicate e condannate in maniera definitiva. In una situazione di questo genere che riguarda non soltanto i mezzi di comunicazione, pure decisivi in un momento come questo, ma anche gli istituti di credito e altri settori importanti della produzione e della finanza nazionale, non appare affatto fugato il pericolo che rispuntino vecchi fantasmi e che un piano ambizioso e ben organizzato come quello di rinascita democratica degli anni ottanta, attribuito a Licio Gelli ma con molti altri padrini interessati, approfitti della privatizzazione della Rai per rispuntare all’orizzonte e prevalere su una politica divisa e piuttosto degradata e su istituzioni pubbliche fortemente inquinate da pericoli di ogni genere. Ma, naturalmente, perché un pericolo così grande possa essere evitato, è indispensabile che ci sia una mobilitazione generale che abbia tra i propri protagonisti anche gli operatori dell’informazione a livello cartaceo come radiotelevisivo. Soltanto se quelli che meglio conoscono i problemi del settore decidono di partecipare e di farlo con tutti i loro mezzi, sarà possibile evitare la privatizzazione o, qualora si decida di farla, imporre che la si faccia almeno in modo che i risultati siano negativi per quelle associazioni (ora oltre alla P2, come è noto, abbiamo anche la P3 e la P4!) che lavorano nell’ombra e che sono ansiose di accantonare la costituzione democratica a favore del populismo e dei tanti demagoghi ancora attivi.