MODIFICARE I MECCANISMI DI SVILUPPO CON IL CONSENSO E LA PLURALITÀ PER RICOSTRUIRE LA COESIONE DEL PAESE

Giorgio Benvenuto
Lo scenario sul quale si muovono il Governo, i partiti e le forze economiche e sociali è la crisi del paese. Una crisi profonda, così diffusa e articolata da lasciare sgomenti. Gli anni della cosiddetta seconda repubblica, se li ripercorriamo, sono un’altalena di speranze e di delusioni, di conquiste e di sconfitte.
La crisi non passa. È  finito il semestre europeo a conduzione italiana. Non si è avvertito alcun vantaggio. La situazione occupazionale si aggrava di giorno in giorno; cala il potere di acquisto; aumenta l’evasione fiscale; si estende in modo intollerabile la corruzione nella politica e nella burocrazia; aumenta il debito pubblico; non ci sono le avvisaglie per uscire dal pantano.
Il paese appare senza bussola. Tutti sono contro tutti. Dilaga la criminalità. Lo Stato è latitante. Prevale sempre di più la convinzione che si può contare solo su se stessi. È  un vuoto di autorità che esaspera ogni egoismo, incrina ogni fiducia, spezza ogni solidarietà.
Con il termine austerità si sono autorizzate in Europa le politiche più rovinose e sciagurate. La modernità in realtà è il travestimento di una Europa vecchia, che ricorda quella delle nazioni in conflitto, dei potentati finanziari, delle mire espansionistiche e del dominio di un paese sugli altri. Non a caso si parla sempre più di un’Europa tedesca e non di una Germania europea.
Come si fa a definire virtuosi i paesi, come la Grecia, che hanno imposto lacrime e sangue senza essere usciti dalla crisi, aggravando anzi, come è avvenuto in Italia con Monti, il proprio debito pubblico?
Come si fa a prendere per oro colato il Fiscal Compact o le Agenzie di Rating a cui siamo obbligati ad uniformarci, come avveniva per le Bolle papali o per gli editti imperiali, per i sudditi e per i fedeli?
Spesso, soprattutto negli ultimi otto anni, si è tentato invano di realizzare un forte rinnovamento dell’azione politica e di quella sociale per superare le condizioni che relegavano il nostro paese a metà tra i paesi sviluppati e quelli sottosviluppati. Nella coscienza della gente abbiamo sempre più colto la maturità necessaria per uscire dall’impasse, ma non ne abbiamo verificato i riflessi nella società.
Non c’è dubbio che se si vuole legare le iniziative politiche e sociali al reale, è proprio dai limiti della loro strategia che si deve partire. Ci vuole una grande mobilitazione per darsi una linea ed un ruolo progressivi raccordando il più possibile il momento dell’antitesi all’indicazione positiva, dell’edificazione, della sintesi per il governo del paese. Alla fase destruens occorre fare succedere la fase costruens.
È un compito non facile. Il processo di disgregazione sociale ed economico se lasciato a se stesso, è destinato a corrodere il tessuto democratico del paese. È importante che in questa prospettiva si ricostruisca la coesione, basandola sul consenso, sulla pluralità, sulla pienezza della democrazia.
Accennavo prima al fatto che l’Italia sembra sospesa tra sviluppo e sottosviluppo, per dare un’idea di una persistente incertezza e incapacità di portare a compimento la transizione da una condizione ormai superata ad una condizione di nuovo equilibrio. Questo passaggio dal “vecchio modello di sviluppo” a uno “nuovo”, del quale facciamo fatica a disegnare i contorni, riassume in sé l’instabilità dell’economia e della politica nel nostro paese, ma anche i limiti e le incompletezze della strategia del movimento sindacale.
Ebbene, proprio l’esplodere della crisi ha fatto emergere le contraddizioni tra l’iniziativa sindacale e il suo impatto sulla realtà. Troppo forte è stata la sottovalutazione che il sindacato ha fatto delle difficoltà, delle resistenze che le riforme sono destinate a provocare.
Due problemi in particolare sono stati disattesi: il legame strettissimo che le distorsioni del sistema economico avevano e ancora oggi continuano ad avere con la struttura delle classi sociali e con l’articolazione del potere politico; le difficoltà a trovare sbocchi politici in un Parlamento di “nominati” sempre più lontano dalla realtà del paese.
Rimarcare questi errori di valutazione significa dare alla riflessione sulla politica del sindacato in questi anni un segno diverso da chi ha criticato e continua a criticare il sindacato per le incompatibilità delle sue proposte con la modernizzazione del sistema economico italiano.
Alla base di questa critica c’è comunque la scelta e la volontà di considerare l’azione sindacale come ritagliata ai margini della politica economica; come inesorabilmente subalterna ad essa. Il sindacato per molti è un ferro vecchio, un vero esempio di archeologia giuridica. È considerato un impaccio da sacrificare sull’altare di una crescita evocata come rito propiziatorio, da stregoni travestiti da maghi dell’economia.
Semplificato al massimo, lo schema del discorso critico organico del sindacato fatto dal Governo Renzi e dal PD è il seguente: i partiti fanno le grandi scelte cornice e definiscono anche nei dettagli la politica salariale e le condizioni normative per i lavoratori, tenendo conto dei risultati della gestione dell’economia e dell’andamento dei conti pubblici. Su questa problematica, decisiva nella situazione di stallo cui sembra piombato il paese, il dibattito deve rimanere aperto. È, anzi sorprendente come da parte di alcuni settori politici si solleciti una responsabilità sindacale quasi come scarico della propria coscienza per le incongruenze e gli errori su di essa invece indotti da strategie politiche a doppio binario, come quelle dei governi delle larghe intese. La realtà è che il fervore legislativo (proclamato normalmente a parole, ma realizzato male nei fatti), cela l’impotenza e l’insofferenza.
Non si può che essere perplessi nei confronti di quei furori legislativi che attribuiscono alle norme il potere taumaturgico di produrre impieghi (ricordiamo invece che il Teorema di Pitagora è descritto con 24 parole; i principi di Archimede con 67; i Dieci Comandamenti con 179; la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti con 300). Si immagina di avere successo realizzando la piena occupazione per editto divino o, se non per editto, per commi e per pandette.
Questa impostazione nuoce al paese. Favorisce la conflittualità, impedisce la crescita economica.
Il sindacato deve uscire dall’angustia di esprimere politiche sindacali classiche in una nuova realtà che esige invece l’attivo impegno al cambiamento e alle riforme strutturali. Il sistema economico se rimane così com’è può tollerare solo pure e semplici politiche di riaggiustamento salariale da manodopera da terzo mondo, colonizzata e supersfruttata.
Ecco perché il sindacato deve porre come centrale nella sua azione il problema della correzione degli squilibri strutturali dell’economia italiana.
La politica dei Governi Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi si è mossa e si muove in una direzione sbagliata: diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, blocco dei contratti, aumento del carico fiscale, attenuazione dei diritti, sostanziale immutabilità della spesa pubblica. È una politica di sacrifici, senza contropartite sui vincoli del bilancio pubblico e senza risultati apprezzabili per uscire dalla recessione.
L’unico modo per reagire a questa situazione è impostare una politica economica che ponga le premesse per una crescita senza squilibri.
La ricetta delle riforme non è di per sé risolutiva della crisi se non è contestuale all’avvio di una profonda modificazione dei meccanismi di sviluppo. Occorre rovesciare il discorso puntando ad una seria e programmata trasformazione della politica industriale, di quella agricola e di riassetto dei servizi, tale da porre fine all’attuale anarchico orientamento dei flussi di produzione che tendono a creare domanda artificiosa e comunque non regolata sui bisogni fondamentali.
Si deve lavorare ad un piano di risanamento e di sviluppo. Si tratta di una proposta di intervento globale che valorizzi contestualmente la disponibilità ad una rigorosa politica economica, l’esigenza del cambiamento, risanamento e ripresa, stabilità e riforme.
Non ci sfuggono la difficoltà e la complessità di un simile obiettivo ma nemmeno vanno sottovalutate le straordinarie potenzialità di mobilitazione e di impegno presenti nei diversi soggetti sociali intorno a questa ipotesi.
È una sfida alla quale né il Governo né le forze sociali, né le autonomie locali possono rispondere con le strategie dell’astuzia, dell’ambiguità, e, in ultima analisi, dell’immobilismo.
Il sindacato deve accettare questa sfida caratterizzando la sua politica con la novità e con la responsabilità. Non può fare tutto e il contrario di tutto. Non ci si può servire spregiudicatamente a seconda degli eventi, del FMI, dell’Unione Europea, dell’OCSE, della BCE. La svolta in economia, allo stato della crisi, è possibile solo con una svolta politica. Nessuno fa e disfa i governi. Ma nessuno può rassegnarsi a considerare inevitabili i loro errori e le loro iniquità.
In Italia non si può predicare la rivoluzione e senza cose da rivoluzionare; il riformismo senza politica, senza principi e senza ideali; il protezionismo comunque inteso; l’interesse particolare disgiunto da quello generale.
Le ricette sono la coesione più ampia possibile; il tempismo; la verifica continua del consenso alle scelte e alle decisioni, senza di che ogni riforma è destinata a cadere nel vuoto, ad essere ma non ad esistere.
Il miglioramento delle condizioni dei lavoratori (autonomi o dipendenti) non si ottiene né con i furori verbali, né con le ingegnerie concettualistiche, né per concessione, né per illuminazione. Si ottiene con il lavoro, dicendo la verità, realizzando un vero progresso sociale trasformando le riforme nelle leggi trasferendole nelle istituzioni.
Jean Monnet ricordava che gli uomini si dividono in due grandi categorie: quelli che vogliono essere qualcuno e quelli che vogliono fare qualcosa.
Il Governo, le parti sociali, le istituzioni locali debbono dimostrare di fare; di essere di parola, non di parole.