MINACCE DI CRISI E NUOVA LEGGE ELETTORALE

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Se qualcuno avesse avuto dubbi rispetto alle conseguenze della condanna definitiva da cui è stato investito l’uomo di Arcore due giorni fa, due esponenti di primo piano della coalizione di destra che si raccoglie intorno al Cavaliere, come l’ex presidente del gruppo Cicchitto e Brunetta, attuale capo gruppo dei pidiellini alla Camera, sono intervenuti rapidamente per toglierli. Il primo ha detto che l’intervista del reggente PD Epifani non fa che logorare il governo Letta. E Brunetta ha sentenziato che così le larghe intese diventano a rischio. L’uno e l’altro intervento fanno capire a chi si fosse distratto un momento che il PDL non è un partito chiuso, come qualcuno potrebbe dire, ma è più ancora un partito personale e patrimoniale di cui in questi giorni si costruisce la successione con Marina Berlusconi se il padre non avrà per qualche tempo, durante l’esecuzione della sentenza di Cassazione per la condanna per la frode fiscale,  la necessaria agibilità politica, l’agibilità politica richiesta al leader della coalizione. 
L’appello dei diciotto esponenti democratici tra i quali Goffredo Bettini, Laura Puppato e Gianni Pittella, che indicano tre punti su cui far muovere il partito: chiarire ancora il carattere di scopo del governo Letta per approvare la nuova legge elettorale e alcuni urgenti provvedimenti per le imprese, per le famiglie e per il fisco, quindi fare il congresso del partito e andare al voto traducono in maniera immediata lo stato d’animo di moltissimi elettori del centro-sinistra che hanno scarsa fiducia nella resipiscenza di Berlusconi e dei dirigenti del PDL e prendono atto della necessità di prepararsi tra l’autunno e l’inverno a nuove elezioni. 

Certo, a ragione il Capo dello Stato ha chiarito più volte e anche di recente nei giorni scorsi che la legislatura non si può interrompere per andare al voto con il Porcellum e che spetta in ogni caso al Presidente accertare, prima, se sussistono possibilità di formare una nuova maggioranza.
Ma è abbastanza evidente,  almeno per ora, che i seguaci di Grillo che si riconoscono nel Movimento Cinque Stelle non hanno alcuna intenzione di stringere patti o alleanze con il Partito Democratico e dunque formare con quel partito una pur possibile nuova maggioranza parlamentare. In queste condizioni il Capo dello Stato non potrà che prendere atto della situazione politica e parlamentare che si è creata e arrivare allo scioglimento delle Camere in tempi brevi. Intendiamoci: dopo tutti i suoi interventi, Napolitano potrà fare un ultimo tentativo per formare un governo del presidente che magari si limiti a formarsi soltanto per varare in quindici giorni o poco più la nuova legge elettorale.
Ma un simile tentativo non muterebbe comunque la situazione determinata dal duro contrasto che si è creato tra gli esponenti di spicco dei due maggiori partiti presenti in parlamento. E le posizioni di quella parte più attiva dell’opinione democratica che, in queste settimane – rifacendosi ai giudizi dei nostri migliori costituzionalisti (da Rodotà a Zagrebelsky) e di una parte del maggior sindacato operaio, rappresentato anche dalla Fiom di Landini – si è fatta sentire su alcuni giornali richiamando l’esigenza di difendere la carta costituzionale e di impedire frettolose o improvvide revisioni.  Così in fondo si potrebbe dare alla destra molto poco europea che ancora si raccoglie intorno a Berlusconi quella risposta politica e non giudiziaria che il Cavaliere dice ancora di aspettare dopo il suo ventennio populista.