MIGLIORANO I CONTI DEL TESORO. POSSIBILI RIDUZIONI DEL CUNEO FISCALE GIÀ NEL 2016

Matteo-Renzi

Non sono ancora disponibili i dati definitivi della autoliquidazione di luglio ma, dalle prime rilevazioni, sembra che si registri un forte miglioramento rispetto al periodo precedente.
Le previsioni inviate e approvate da Bruxelles indicavano per il 2015, un rapporto fra deficit e Pil del 2,6 per cento, in diminuzione rispetto al 3 per cento del 2014.
Le cifre disponibili a metà anno lasciano ipotizzare un consuntivo migliore, sia perché, come dicevamo, la autoliquidazione è andata meglio del previsto, sia perché la spesa per interessi è in netta diminuzione non solo rispetto al 2014 ma anche rispetto a quanto ipotizzato qualche mese fa.
Se si aggiungono i tagli alla sanità e gli effetti ulteriori della spending review e si ipotizza un aumento del Pil che, pur senza raggiungere cifre elevate, dovrebbe, comunque, essere in crescita rispetto alle stime, è facile immaginare che il governo avrà a disposizione una cifra molto più consistente di quella prevista, sia per la riduzione delle tasse preannunciata dal premier, sia per programmi di investimento che, alla luce dell’allarme lanciato dalla Svimez, dovrebbero essere concentrati soprattutto nel Mezzogiorno.
Avere maggiori risorse da utilizzare è sicuramente meglio che non averne direbbe Catalano. Però, Catalano non è mai stato Presidente del Consiglio e, quindi, non sapeva che la disponibilità di risorse comporta l’onere di operare delle scelte, di  individuare i comparti ai quali destinarle in via prioritaria, con una discrezionalità che si presta facilmente a contestazioni e ad accuse. E ciò è tanto più vero in un contesto in cui non ci sono linee di politica economica ben delineate e si procede con decisioni improntate al pragmatismo e a un equilibrio empirico fra le diverse posizioni politiche.
Il primo punto è se privilegiare la riduzione delle tasse o un aumento della spesa. Decisione apparentemente facile, in quanto l’aumento della spesa, da alcuni anni, non ha una buona stampa ed è visto con sospetto sia dalla corrente dominante degli economisti, sia dalla pubblica opinione e, perfino da quei settori che traggono vantaggi diretti da maggiori esborsi della finanza pubblica. Però, accanto alla spesa discrezionale c’è, anche, la spesa obbligata, ad esempio il contratto dei dipendenti pubblici, che possono contare su una sentenza favorevole della Corte Costituzionale. Così come la previdenza, per la quale c’è una pronuncia, molto puntuale, della Consulta, finora sostanzialmente ignorata dall’Esecutivo ma che potrebbe esplodere nell’immediato futuro con i primi provvedimenti della magistratura ordinaria.
E, comunque, la riduzione della imposizione fiscale riporta al quesito successivo che richiede la individuazione delle tasse sulle quali intervenire.
L’idea del premier di dare la precedenza alla prima casa, rimandando al 2017 la riduzione delle tasse sul lavoro, ha sollevato più di una critica, non solo da parte di numerosi osservatori ma della stessa Commissione europea. Alla luce di tali dubbi qualche aggiustamento sarà necessario, in quanto sembra difficile non tenere conto della contestazione di Bruxelles, secondo la quale, in presenza di alti livelli di disoccupazione è doveroso cominciare con il taglio delle tasse sul lavoro e non di quelle sulla proprietà, per quanto odiose possano essere, queste ultime, ai contribuenti.
 I dati che stanno emergendo e che evidenziano, come dicevamo, una disponibilità di maggiori risorse finanziarie potrebbero aiutare l’Esecutivo. Le imposte sulla prima casa non danno un gettito particolarmente elevato in quanto pur colpendo la massa di contribuenti , sono caratterizzate da aliquote modeste.
Con le nuove risorse ci sarà spazio per interventi volti ad allentare la pressione sul lavoro, pur lasciando inalterata la completa abolizione delle imposte sulla abitazione principale. Una linea mediana fra istanze politiche e esigenze di rilancio delle attività produttive che, probabilmente, troverà il gradimento del Presidente del Consiglio.
Renzi sa bene che il destino del governo si gioca sull’occupazione e sa bene che il jobs act non ha prodotto risultati, mentre la decontribuzione è palesemente insufficiente. C’è, quindi, bisogno di una ulteriore iniezione di risorse e di più incisivi interventi in favore della economia reale. 
Se i dati saranno confermati, la riduzione del cuneo fiscale sarà un ulteriore tassello di una linea di sostegno ai settori produttivi che, sia pure con incertezze e ambiguità, comincia a delinearsi  e che rappresenta l’unico sentiero, per quanto impervio, su cui l’Esecutivo può incamminarsi per uscire dalla morsa di bassa crescita e di occupazione stagnante in cui attualmente langue il Paese.