MAGNIFICA PRESENZA: OZPETEK PORTA I FANTASMI IN SCENA

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È con “Magnifica Presenza” che Ferzan Ozpetek è tornato nelle sale cinematografiche dopo il successo del film “Mine Vaganti”. I temi cari al regista italo – turco ancora una volta ci sono tutti. C’è la storia omosessuale; c’è il tema della famiglia allargata; c’è l’elemento gastronomico (con inquadrature intere di tavole imbandite di cibi e dolci vari) e c’è il tema del ritorno del passato. Eppure, dopo aver visto la pellicola, si ha la sensazione di non averne capito il reale significato e si esce dalla sala cinematografica con tante domande e con un senso di amaro in bocca.
Siamo a Roma, nel quartiere Monteverde, dove Pietro Pontechiavello (Elio Germano), gay, di origini siciliane si trasferisce per tentare la carriera di attore.

 Pietro di notte fa il pasticcere, di giorno, tra un provino e l’altro, cerca una casa in cui andare a vivere da solo per liberarsi definitivamente dalle morbose attenzioni della cugina (anche lei trasferitasi a Roma). Dopo tante ricerche prende in affitto un appartamento d’epoca, che scoprirà essere “occupato” da strane, ma di sicuro magnifiche, presenze.
Gli “occupanti” sono i membri di una compagnia teatrale (Apollonio) alla ribalta negli anni del fascismo. Proprio in quell’appartamento si erano nascosti per sfuggire alla polizia del regime (gli attori collaboravano con la resistenza) e lì avevano trovato la morte. Nessuno dei fantasmi è consapevole di essere tale, crede anzi di vivere ancora nel ‘43 (data della loro scomparsa) e di aver trovato in Pietro la persona che gli permetterà di fuggire. Il ventottenne siciliano, alla fine, accetta la loro presenza perché questi spettri sono innocui e soprattutto perché si sente solo.
Si tratta forse del film più complesso di Ozpetek, che mescola insieme commedia, dramma e quasi paura, le cui colonne portanti sembrano risiedere nel binomio finzione – realtà. È su questo, infatti, che sembra giocare l’intero film: lo spettatore non capisce subito se questi personaggi fantasmi esistano davvero o se siano solo una creazione del protagonista. In realtà non riuscirà a capirlo nemmeno alla fine, perché forse è proprio questo l’intento di Ozpetek: confondere, fingere, giocare sul vedo e non vedo usando il teatro, il luogo della finzione per eccellenza, come background della storia.