LOMBARDIA, L’INGANNEVOLE LEGGE CONTRO IL VELO ISLAMICO

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A partire dal primo gennaio 2016 gli ospedali e le sedi della Regione Lombardia diventeranno off limits per tutte le donne che, per scelta o credo religioso, indossano il velo integrale. A metterlo nero su bianco è una delibera della Giunta lombarda guidata da Roberto Maroni, che all’apparenza intende essere una risposta concreta alla sempre più crescente esigenza di sicurezza nel nostro Paese, ma di fatto altro non è che una ulteriore trovata propagandistica, fondata sulla discriminazione razziale e religiosa.
Il decreto approvato in Giunta stabilisce il divieto di accesso, per le donne con burqa o niqab, negli ospedali lombardi e nelle strutture pubbliche della Regione, in quanto, avendo il volto coperto, non sono riconoscibili ed identificabili. È abbastanza palese, seppur non dichiarato esplicitamente e soprattutto alla luce dei recenti attacchi terroristici, che la delibera vuole colpire le persone di religione musulmana.
In realtà, una legge in materia già esiste e la Giunta Maroni altro non ha fatto che modificarla a proprio piacere e a sua immagine, all’insegna dell’Islamofobia. È  la legge nazionale del 22 maggio 1975 sull’accesso nei luoghi pubblici, che tra l’altro recita quanto segue: “È  vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. 
Va da sé che una donna che gira con il burqa o il niqab un “giustificato motivo” lo ha eccome: è il libero esercizio di religione.  Al riguardo esiste una sentenza della Corte di Cassazione che parla chiaro: la religione è un giustificato motivo che permette di girare con il niqab o il burqa. Allo stesso modo in cui, sia chiaro, la Corte di Cassazione precisa anche che chiunque indossi questi abiti deve essere disposto a liberarsene qualora richiesto in caso di necessità di identificazione. 
Di fatto, la nuova norma della Giunta Maroni sembra essere a tutti gli effetti un ulteriore spreco di energie e di tempo che, magari, impiegati in qualcosa di più utile e concreto, avrebbero fruttato meglio.