LEGGE DI STABILITÀ: LA DIREZIONE È GIUSTA MA È MANCATO IL CORAGGIO

Enrico Letta

Non conosciamo ancora nei dettagli i numeri della legge di stabilità. Non appena il provvedimento sarà pubblicato nella sua interezza, torneremo sul tema per una valutazione più articolata.
Però, possiamo dire fin d’ora, sulla base delle notizie diffuse in conferenza stampa,  che la prima finanziaria del governo Letta  si presta a due valutazioni, una positiva e una negativa.
La direttrice di marcia è sicuramente quella giusta. Il Presidente del Consiglio ha dimostrato ancora una volta le capacità tecniche e la sensibilità politica per sapere che il problema dell’Italia è il riavvio dello sviluppo. E, in coerenza con tale consapevolezza, la manovra è la prima da molti anni a questa parte che cerca di dare risposte al mondo della produzione.
Per trovare un altro intervento sul cuneo fiscale – contributivo, tanto per fare un esempio,  bisogna risalire al governo Prodi e all’anno 2006, un’era geologica diversa, considerata la rivoluzione verificatasi nel panorama economico italiano e internazionale in questi sette anni.
Le finanziarie successive sono state indifferenti allo sviluppo, in quanto con i governi Berlusconi era dominante la teoria, ovviamente infondata, secondo la quale la crescita era di competenza delle imprese e il governo doveva limitarsi a tenere in ordine i conti pubblici. Cosa che, peraltro, gli Esecutivi di centrodestra non hanno fatto, visto che il deficit e il debito, che erano in fase calante, sono esplosi di nuovo proprio negli anni di Berlusconi premier.

La crescita è stata trascurata anche dal governo Monti, in quanto il Professore si è concentrato esclusivamente sulla esigenza di riportare in equilibrio la finanza pubblica e non ha dedicato particolari attenzioni alla economia reale.
Quindi, sicuramente, la legge di stabilità appena approvata dal Consiglio dei Ministri rappresenta un’inversione di tendenza alla quale non si può non plaudire.
Però, la seconda valutazione è che le risorse messe in campo sono assolutamente insufficienti e inidonee a provocare quello shock di cui il nostro sistema produttivo ha bisogno per uscire dalla stagnazione strutturale nella quale si trova.
Due miliardi e mezzo destinati al cuneo fiscale per il 2014 sono una goccia nell’oceano, anche perché sono distribuiti fra lavoratori e imprese. E le altre cifre sono sostanzialmente analoghe per ordine di grandezza e per ripartizione fra le diverse destinazioni.
Con somme così modeste sarebbe stato meglio, al fine di massimizzare i risultati, fare delle scelte nette di politica industriale e privilegiare i settori considerati strategici, rimandando a un momento successivo il sostegno agli altri comparti.
Purtroppo, un governo di larghe intese difficilmente riesce ad adottare provvedimenti inquadrabili in una linea di politica economica caratterizzata da orientamenti non ecumenici e da elevata discrezionalità. Soprattutto se uno dei partner privilegia le promesse elettorali e la propaganda agli interessi del Paese.
In conclusione, la notizia buona è che si è fermato l’aumento delle tasse, che sono stati avviati interventi in favore dell’economia reale, che si è ufficializzato che il rilancio della produzione e dell’occupazione è la prima priorità dell’Italia.
La notizia cattiva è che non sarà questa finanziaria, salvo improbabili miglioramenti in sede parlamentare, a riportare i nostri settori produttivi sul sentiero dello sviluppo.