LEGGE DI STABILITÀ : AUSPICABILE MAGGIORE ATTENZIONE AL LAVORO. LA STAFFETTA GENERAZIONALE PUÒ ESSERE LA MISURA CHIAVE PER RILANCIARE LO SVILUPPO

Pier Carlo Padoan

I dati del secondo trimestre 2015, che segnano un aumento dello 0,2 per cento del Prodotto Interno Lordo, confermano che la recessione è finita ma confermano anche la ripresa è molto debole.
E, se non bastasse, le previsioni di Moody’s indicano un modesto 1 per cento di incremento per il 2016.
Con questi numeri ci vorranno decenni per tornare ai livelli pre – crisi e, soprattutto, sarà palesemente impossibile raggiungere risultati accettabili nella lotta alla disoccupazione.
Il fatto che la situazione sia comune a molti paesi della UE non è una consolazione. Anzi, dovrebbe essere fonte di ulteriore allarme, considerato che la debolezza dei partners europei è un fattore che inciderà negativamente sulla crescita dell’export, che, peraltro, è l’unico comparto che ha raggiunto, al momento, risultati apprezzabili.
Il Presidente del Consiglio ha detto che è su questi problemi, e non su temi politicisti quale la riforma del Senato, che i cittadini  valuteranno le capacità dell’Esecutivo.
Finora, il giudizio sull’operato del governo è stato altalenante. Alcuni provvedimenti hanno trovato largo consenso, come gli ottanta euro e la decontribuzione, altri, invece, hanno suscitato perplessità come il Jobs act e l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
La legge di stabilità sarà il passaggio decisivo sia sul piano economico sociale che sul piano politico. Alla luce dei dati richiamati, le prime indiscrezioni sull’impostazione della manovra non sono rassicuranti.
Si ha la sensazione che si proceda a tentoni, senza una visione strategica sulla quale costruire la politica economica dei prossimi anni.
Significativa l’intervista al Corriere della Sera di Enrico Morando, Vice ministro dell’Economia, un’intervista tutta sulla difensiva in cui non è stato preannunciato nessun provvedimento capace di imprimere  quello shock di cui il paese ha bisogno per ripartire.
Al di là delle affermazioni di prammatica, infatti, non c’è, nell’intervista una sola idea che possa indurre all’ottimismo.
Per la decontribuzione, che, pure, è generalmente considerata una iniziativa positiva, si andrebbe verso un progressivo ridimensionamento a partire dal 2016.
Sulle pensioni,  non ci sarebbe alcuna apertura, se non la singolare proposta del prestito ponte, in base alla quale i pensionati dovrebbero autofinanziare la loro uscita anticipata dal lavoro.
Sul piano fiscale, il taglio delle tasse per il 2016 sarebbe concentrato sulla Tasi prima casa; solo negli anni successivi, a partire dal 2017, si passerebbe a ridurre le imposte sul lavoro. 
Perplessità anche sulle coperture, per le quali, probabilmente, ci si affiderà, ancora una volta, ai tagli lineari, nonché a qualche concessione della UE sul rapporto deficit/pil, sulla quale, però, non c’è alcuna certezza.
Il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, sostiene, giustamente, che non si può parlare di vera crescita al di sotto del 2 per cento.
E con l’impostazione illustrata è praticamente impossibile raggiungere un tale risultato, in quanto non c’è alcuna misura efficace contro la disoccupazione.
Disoccupazione che, non solo, è una piaga sociale di una gravità incommensurabile, ma è anche il più pesante ostacolo alla ripresa sia perché incide in misura rilevante sulle entrate delle famiglie e, quindi, sul reddito disponibile a cui è correlata la domanda, sia perché alimenta una sensazione di precarietà che influenza negativamente la propensione al consumo.
Sappiamo bene che in tempi di risorse scarse non è facile mettere a punto un piano per la creazione di nuovi posti di lavoro. 
Però, se si ponesse al centro della politica economica la lotta alla disoccupazione invece che il taglio delle tasse i risultati sarebbero certamente migliori. 
Sia ben chiaro, una imposizione fiscale più bassa è, certamente, un obiettivo condivisibile. Purché sia considerato un obiettivo intermedio, non fine a se stesso, ma strumentale alla stimolazione della domanda di lavoro. 
In tale ottica, va impostata ex novo una politica industriale, privilegiando quei settori e quelle regioni che assicurino un rapporto più elevato fra nuovi investimenti e nuova occupazione.
Va ripensata la politica fiscale rimodulando esenzioni, incentivi, deduzioni e detrazioni, in funzione degli effetti sul mercato del lavoro.
Va rielaborata la normativa previdenziale allo scopo di ampliare la platea di coloro che possano contare su un reddito permanente. Come è noto, i consumi – che sono la più grave nota dolente dell’economia italiana – variano, proprio, in funzione del reddito permanente che è quello che ciascuno ritiene di poter conservare nel futuro. In tale ottica, la staffetta generazionale o altre forme di turn over facilitate da una minore rigidità delle norme previdenziali sarebbero un potente fattore di crescita per i consumi e per l’economia e avrebbero un costo molto modesto per il Tesoro. Secondo uno studio de “lavoce.info”, con un onere di tre miliardi per il settore pubblico si potrebbero assumere 380 mila lavoratori. Il che significa che l’operazione si potrebbe fare, senza oneri aggiuntivi per lo Stato, dirottando su questa misura una parte dei fondi destinati alla abolizione della Tasi prima casa che vale zero assunzioni – salvo quelle indirette che ci sarebbero, e in misura molto più ampia, anche con la staffetta generazionale – e che, per di più, crea un problema serio con la Commissione europea la quale, ovviamente, non capisce perché un paese con elevata disoccupazione spreca risorse per un intervento che non porta alcun vantaggio in termini di lavoro.
Comunque, siamo ad agosto. Spesso le indiscrezioni sono ballon d’essai lanciati per capire le reazioni e mettere a punto le vere proposte alle quali lavorare in tranquillità, lontano dai riflettori.
C’è da augurarsi che sia così anche questa volta.