LE PRIORITÀ INDICATE DAL PRESIDENTE MATTARELLA: LAVORO, LOTTA ALL’EVASIONE E MEZZOGIORNO

Nello Formisano

Il primo messaggio di fine anno del Presidente Mattarella è stato all’altezza delle aspettative. Il Capo dello Stato ha incentrato il suo discorso sui reali problemi degli Italiani senza indulgere ad argomenti politicisti che interessano il Palazzo ma sono fuori dalla mente della gente comune. 
Il primo problema per i cittadini è la disoccupazione e il messaggio è stato, in parte preponderante, incentrato proprio sul tema. La tesi che emerge, in modo chiaro, dalle parole del Presidente è che la crescita di alcuni decimali di punto del 2015 e quella poco più sostenuta prevista per il 2016 non sono sufficienti ad assorbire la disoccupazione, soprattutto quella giovanile che tiene fuori dal mercato del lavoro intere generazioni con effetti gravissimi di carattere economico e sociale e, in prospettiva, con conseguenze ancora più pericolose di ordine demografico che vengono irresponsabilmente sottovalutate sia dal mondo politico, sia dai presunti esperti che gravitano intorno alla politica.
Da sottolineare le parole usate da Mattarella “Sono giovani che si sono preparati, hanno studiato, posseggono talenti e capacità e vorrebbero contribuire alla crescita del nostro Paese. Ma non possono programmare il proprio futuro con la serenità necessaria” . Sono espressioni che fanno giustizia di tante valutazioni superficiali e autoassolutorie sui presunti bamboccioni. Valutazioni che erano palesemente finalizzate a scaricare sugli stessi giovani le colpe di uno stallo la cui responsabilità è da attribuire, invece, esclusivamente alla inadeguatezza della classe dirigente.
Sarebbe un errore non riconoscere i risultati del governo Renzi  ma nel 2016 bisogna fare di più in quanto quei risultati sono insufficienti e la lotta contro la disoccupazione è una urgenza che non ammette mezze misure.
Considerati i livelli di crescita prevedibili, l’unico modo di dare una spinta consistente all’occupazione è rendere flessibile l’uscita dal mondo del lavoro, riavviando il turn over sia nel settore pubblico che nel privato. Data la pesantezza della situazione è necessario attivare tutti gli strumenti disponibili, dalla staffetta generazionale al part time pensionistico (che, al momento, è in fase di avvio solo nel privato e a condizione che l’azienda sia d’accordo) e rendere meno rigidi i paletti per l’accesso alla pensione senza penalizzazioni  eccessive che disincentivino i lavoratori dall’aderire. Proposta che, peraltro, raccoglie ampi consensi , dal ministro Poletti alla Commissione Lavoro della Camera, dal Presidente dell’INPS, alla stessa Fornero che ha dovuto ammettere, nei mesi scorsi, che sarebbe opportuno introdurre elementi di flessibilità nella legge che porta il suo nome.
L’unica strada per venire incontro alle preoccupazioni del Presidente, che rispecchiano, peraltro, le preoccupazioni predominanti degli Italiani, è lanciare un grande progetto contro la disoccupazione, di cui la flessibilizzazione della legge Fornero non può non essere una componente essenziale. Ricordiamo che un massiccio ingresso di giovani nel mercato del lavoro può avere ricadute rilevanti, dal lato della domanda, sui consumi interni e sulla crescita economica e, dal lato dell’offerta, sulla efficienza delle imprese e della pubblica amministrazione, con conseguenze positive sulla competitività del sistema economico. Può essere, quindi, una mossa determinante per attivare un circolo virtuoso “ + occupazione + consumi + produzione + occupazione” che darebbe nuovo slancio alla nostra economia
Ma il Capo dello Stato ha toccato anche altri temi che sono al centro dell’interesse del Paese e che sono fondamentali per la crescita. 
Il Presidente ha riportato nell’agenda politica il Mezzogiorno che dal 1994 è scomparso dai programmi di governo. 
“Il lavoro manca soprattutto nel Mezzogiorno. Si tratta di una questione nazionale. Senza una crescita del Meridione, l’intero Paese resterà indietro”.
Sono concetti di grande spessore sul piano politico e su quello economico. La centralità del Mezzogiorno è  una scelta dirimente di politica economica dalla quale dipende il futuro del Paese. Ne è consapevole lo stesso Renzi il quale, in una Direzione del Partito Democratico dedicata proprio al Mezzogiorno nello scorso mese di agosto, ha ammesso che gli ultimi quindici anni (che, ad essere esatti, sono ventuno, dal primo governo Berlusconi) sono stati condizionati dalla influenza leghista che ha indotto a concentrare l’attenzione sulle aree più sviluppate trascurando le regioni del Sud.
Il 2016 deve essere l’anno della svolta con più risorse e un programma di sviluppo specifico da destinare al Mezzogiorno. 
La legge di Stabilità è carente sul punto. Ma, forse, è meglio così, in quanto il Sud necessita di una legge organica  e di piani coordinati di intervento che abbiano come obiettivo di accrescere l’occupazione e lo sviluppo delle regioni meridionali.
Non è una esigenza del Mezzogiorno, è una esigenza dell’intera economia nazionale. Ricordo che i tassi di crescita dell’Italia sono scesi a livelli insoddisfacenti e nettamente inferiori a quelli degli altri paesi europei proprio dal 1994, allorquando con lo sciagurato Accordo Pagliarini – Van Miert fu abrogata la fiscalità di vantaggio per il Sud.
Il Presidente del Consiglio conosce la questione molto bene. Nell’intervento a quella Direzione del Partito Democratico dello scorso mese di agosto ricordò che la Germania ha destinato alle regioni dell’Est in cinque anni più risorse di quante l’Italia ne abbia destinate al Sud in quaranta. E il programma di sviluppo delle aree ex comuniste è stato uno dei fattori essenziali della crescita dell’economia tedesca degli ultimi dieci anni.
Altro tema trattato con grande chiarezza dal Presidente è stato l’evasione fiscale. Anche in questo caso Mattarella è andato diritto al cuore della questione. Ha citato uno studio di Confindustria, fonte al di sopra di ogni sospetto, secondo la quale l’evasione fiscale e contributiva ammonta a 122 miliardi di euro annui. Una somma enorme con la metà della quale si potrebbero creare oltre trecentomila posti di lavoro. Il che dimostra in modo tangibile quanto l’evasione danneggi i cittadini onesti, costringendo una parte di essi a pagare più tasse e condannando un’altra parte alla disoccupazione.
Sarebbe facile su queste basi avere un consenso di massa contro chi sfugge ai propri doveri verso il fisco, premessa indispensabile per vincere una battaglia che ha ripercussioni significative sul percorso avviato per trarre il Paese fuori dalle secche di una crescita asfittica aggrappata ai decimali di punto. Purché ci si decida a combattere la vera evasione e a non perdere tempo,  risorse e simpatie perseguendo casi che riguardano errori più che comportamenti illeciti, che, talvolta, sconfinano nel grottesco  e spingono la gente disorientata a solidarizzare con gli evasori.