LE PENSIONI CONTINUERANNO AD ESSERE PAGATE IL PRIMO GIORNO DEL MESE. CORRETTO L’ERRORE DEL DECRETO LEGGE 65/2015

INPS

La notizia ha meritato un trafiletto anonimo, di poche righe e solo su qualche giornale più attento . Ma è sulle piccole cose che si valuta, se non l’operato, certamente l’approccio dei politici alla gestione della cosa pubblica. Il governo Gentiloni ha rettificato un provvedimento del precedente Esecutivo, riportando al primo giorno del mese (salvo che sia festivo) la corresponsione delle pensioni.
È un problema marginale. Ma lo spostamento al secondo giorno bancabile, come aveva scritto qualche burocrate che confonde il gergo tecnico con l’italiano, era stato vissuto come un affronto da molti pensionati e avrebbe provocato la sollevazione della categoria, una volta, che, diventato operativo, sarebbe diventato noto a tutti.
Non era, tanto, il merito ad essere considerato provocatorio ma la mancanza di una motivazione accettabile. La sensazione era che il principio di ragionevolezza che dovrebbe essere un riferimento imprescindibile nella pubblica amministrazione fosse stato bypassato per fare spazio a motivazioni non comprensibili e, comunque, non note. E che la categoria fosse stata utilizzata, ancora una volta, come il bancomat del Tesoro, con l’aggravante, in questa circostanza, che il ricavato di un giorno di valuta è assolutamente miserevole, in quanto può aggirarsi intorno a qualche decina di milioni di euro.
Si è, anche, detto, per allontanare il sospetto di una finalità di bassa speculazione finanziaria, che si trattasse di una “misura adottata per consentire un riallineamento contabile per l’INPS”.
Come si dice in Veneto è peggio “il tacon del buso”.  Infatti, significherebbe che non è l’INPS che si deve organizzare per pagare le pensioni nei termini previsti ma sono i pensionati che devono adattare le loro esigenze alle carenze strutturali dell’Ente previdenziale. Un mondo alla rovescia che, purtroppo, è considerato normale nell’Italia di oggi.
Le motivazioni dell’insofferenza degli Italiani per la politica sono tante. Ma, sicuramente, la inefficienza della macchina amministrativa e il disprezzo dei burocrati per le esigenze dei cittadini sono una componente di rilevanza primaria nella crisi del nostro Paese.
Gli italiani avevano visto con favore la rottamazione. Ma la rottamazione di D’Alema è una bega fra politici che non appassiona nessuno. Molto più rivoluzionaria sarebbe una rottamazione dell’alta burocrazia che, da anni, blocca lo sviluppo e un turn over straordinario della pubblica amministrazione che è una delle più anziane fra le nazioni industrializzate. E ancora più rivoluzionaria sarebbe una norma che imponesse l’obbligo di motivazione per qualsiasi nuova disposizione  legislativa. Finirebbe la prassi, che tanti guasti ha prodotto, degli articoli e commi infilati all’ultimo momento in un provvedimento che, magari, riguarda una materia completamente diversa.