LE ELEZIONI EUROPEE, LA MERKEL HA GIÀ VINTO

Simbolo del Movimento 5 stelle
I sondaggi sono vietati e, comunque, l’esperienza insegna che sono inaffidabili. Pertanto, fare previsioni sul voto di domenica prossima è molto difficile. 
Però un risultato è già sotto gli occhi di tutti. Questa campagna elettorale ha accentuato al di là di ogni possibile immaginazione il degrado della vita politica.
Ormai il dibattito è sostituito dagli insulti, dalle minacce, dalle insinuazioni, dalle bassezze. E, cosa molto più grave, l’apprezzamento degli elettori è proporzionale al livello di volgarità dello spettacolo offerto.
Sarebbe riduttivo dire che è tutta colpa di Grillo. È una deriva che è cominciata da anni e si è nutrita di cappi, di mortadelle, di voti di scambio, di compravendite di parlamentari, di diamanti tanzaniani e di ville in Canada, nonché di partiti personali in cui il simbolo è proprietà del Capo, affiancato magari dalla segretaria e dal commercialista di fiducia. 
Il comico genovese, però, in questa situazione si trova a suo agio, in quanto riesce a nascondere dietro gli istrionismi volgari e dietro le minacce apocalittiche la pochezza del pensiero.
Le elezioni europee potevano essere una grande occasione per lui.
La politica della UE è stata in questi anni palesemente distonica rispetto alla crisi e alle possibili terapie. 
È una politica che danneggia indistintamente tutti i paesi dell’Unione, compresa la Germania che, anche se sta meglio di altri, fa segnare tassi di crescita nettamente inferiori agli Stati al di fuori della zona euro.
Quindi, ci sarebbero le premesse per proporre una strategia alternativa.
Ma una strategia alternativa si costruisce con idee, con analisi, con argomentazioni, ricercando e costruendo alleanze su un programma di governo.
Invece, Grillo si è esibito in queste settimane in un campionario desolante di proposte che oscillano fra la provocazione del comico e la farneticazione dell’esaltato, dai tribunali del popolo al referendum per uscire dall’euro, dalla liberazione dei cittadini dalla schiavitù del lavoro  fino alla stupidaggine planetaria della decrescita felice. Affermazioni ancora più paradossali in un Paese che già arranca fra recessione e  stagnazione con una disoccupazione giovanile ormai giunta al 50 per cento.
In effetti, l’unico pezzo forte della campagna elettorale del comico genovese, quello che esalta i suoi aficionados sono gli insulti, variamente distribuiti fra tutti i presunti nemici del movimento, dai politici ai giornalisti, insulti che ora hanno colpito, come era prevedibile, la stessa cancelliera tedesca. 
Ma qualcuno é veramente convinto che insultare la Merkel aiuta nel tentativo di correggere la rotta dell’Unione europea? Oppure che la carta vincente sia inviare a Strasburgo dei “portavoce” senza un retroterra culturale e professionale adeguato che, per dare un segno della loro presenza, potranno soltanto salire sui tetti del Parlamento europeo oppure contaminare i palazzi della politica continentale con il linguaggio da suburra a cui sono scese negli ultimi anni le assemblee legislative italiane?
Se è questo il livello dell’alternativa e se avremo una consistente aliquota di parlamentari bloccata su queste posizioni la Merkel ha già vinto.
Certo, la situazione è grave e non c’é da stupirsi che ci siano manifestazioni di protesta anche forti. Il popolo, soprattutto, coloro che sono stati maggiormente colpiti dalla crisi, ha il diritto di protestare. Proteste che, tra l’altro, possono avere ricadute positive sulla dinamica politica, purché, però, ci sia qualcuno che le incanali verso uno sbocco razionale e istituzionalmente percorribile.
Se un ammalato ha una gamba rotta e giunge in ospedale urlando per il dolore, quelle urla non solo sono giustificate ma hanno l’effetto positivo di richiamare l’attenzione dei medici sulla gravità dell’incidente.
Ma non è giustificato, e non è di alcuna utilità, che i medici, invece di apprestare le terapie necessarie, si mettano a urlare insieme a lui per manifestargli la loro partecipazione al dolore.
I politici sono come i medici. Non devono partecipare alle proteste dei cittadini ma devono trovare le soluzioni che eliminino le cause dei problemi che spingono i cittadini a protestare.
La verità è che chi non ha idee, non ha programmi, non ha argomenti, non ha un progetto per offrire una prospettiva nuova, ha bisogno di alzare i toni per attirare l’attenzione degli elettori.  Chi strilla, chi, come dicono a Roma, la butta in caciara, vuole solo coprire la propria modestia culturale e politica.
Affidarsi ai capipopolo non paga. 
Nella Napoli del 1600 visse un personaggio storico sulle cui vicende sarebbe opportuno meditare. Tommaso Aniello, pescivendolo e contrabbandiere, di fronte alle vessazioni degli spagnoli fu issato al potere a furor di popolo. 
Ma, pur avendo il merito di aver saputo capeggiare la piazza in uno scontro vincente con i gendarmi del Viceré, fu destituito e giustiziato, quando i rivoltosi si resero conto dei suoi limiti.
I napoletani dell’epoca, molto più saggi degli italiani di oggi, impiegarono solo una settimana a comprendere che avevano scelto l’uomo sbagliato. 
Forse, anche perché il rapporto fra cittadini e potere era diretto e non mediato dalla televisione e da giornalisti che valutano i politici sulla base delle battute, degli slogan e della capacità di fare spettacolo piuttosto che sulla qualità delle proposte.