LA VITTORIA DI OBAMA. UNA SPERANZA PER IL MONDO

Presidente Obama

La vittoria di Obama ha un profondo significato per il nostro Paese, dal momento che gli Stati Uniti influenzano tutto il mondo occidentale sia per il potere che esercitano sia perché spesso anticipano quello che succederà dopo alcuni anni in Europa e in Italia.
Obama ha vinto nettamente, contro tutti i sondaggi che prevedevano un esito incerto ed è stato premiato, al di là dei pronostici, anche dal voto popolare.
In realtà, i commentatori erano scettici sulle probabilità di rielezione perché i numeri dell’economia e della disoccupazione giocavano a sfavore del Presidente uscente. È vero che la crisi era iniziata quando alla Casa Bianca c’era ancora George Bush, ma è anche vero che Obama, in quattro anni, non era riuscito a superare la congiuntura sfavorevole.
E, in genere, in tutti i paesi, gli elettori, in casi del genere, puniscono il governo in carica. Il che è ancora più vero negli Stati Uniti, dove fra i due grandi partiti non ci sono differenze ideologiche e le urne premiano il candidato e il partito che viene considerato più adeguato ad affrontare i problemi del momento.
Questa volta è andata diversamente. I cittadini pur non essendo soddisfatti dei risultati della presidenza Obama lo hanno riconfermato, con un margine di consenso che è andato al di là di ogni previsione.
Per le analisi del voto ci vorranno dati più analitici di quelli disponibili a pochi giorni dalla consultazione.  Però, una prima valutazione è che gli americani hanno votato non tanto per quello che Obama è riuscito a fare, ma per quello che avrebbe voluto fare e che potrebbe fare nel prossimo quadriennio. Decisione resa più facile dalla personalità del suo avversario. 
Posti di fronte a una scelta che potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro del paese gli elettori hanno rifiutato di affidare la presidenza  a un personaggio che in tutta la sua vita ha sempre anteposto gli interessi individuali a quelli collettivi.

Gli uomini del Presidente hanno descritto Romney come l’uomo che ha trasferito posti di lavoro dagli Stati Uniti al Messico e alla Cina, che ha depositato milioni nelle banche svizzere, che ha investito in paradisi fiscali come le Bermuda e le Cayman.
Questo ritratto, in altri tempi, avrebbe attirato consensi. Il candidato repubblicano  sarebbe apparso come l’uomo di successo capace di produrre ricchezza per sé e anche per la società.
Oggi, probabilmente a causa della pesantezza della crisi economica, la reazione è stata diversa. Gli americani non hanno accettato di affidare la presidenza a  un esponente di un capitalismo senza regole e di una speculazione finanziaria che ha prodotto ricchezza per pochi e povertà per la collettività.
Potrebbe essere una svolta per tutto il mondo occidentale. Che, peraltro, si va ad aggiungere ad altri segnali, già manifestatisi in altre nazioni, di insofferenza verso il capitalismo parassitario che ha imperversato dall’inizio degli anni 2000.
La Tobin Tax approvata da un rilevante numero di paesi della UE è un primo passo. Dimostra che la politica, almeno in alcuni stati, comincia a liberarsi dai condizionamenti della finanza internazionale.
La condanna nei confronti di Standard & Poors in Australia è un altro tassello. Indica che il clima di impunità che ha circondato finora il mondo della borsa e della speculazione potrebbe non essere più scontato nel futuro. Un filone nel quale si inserisce anche l’inchiesta della Procura di Trani contro le agenzie di rating.
In questo contesto, la rielezione di Obama può essere l’inizio di una nuova fase, in cui la politica si riappropri della sua funzione di suprema regolatrice di tutte le attività economiche, in cui il rispetto delle regole venga imposto anche alle multinazionali, in cui la finanza torni ad essere uno strumento al servizio dell’economia reale, in cui la speculazione venga confinata in ambiti sempre più ristretti e sanzionata severamente se contraria agli interessi generali.
Non è una battaglia facile e può essere combattuta solo sul piano globale. Ma la vittoria di Obama è una speranza per tutto il mondo. Consente, non di essere sicuri di vincerla, ma almeno di credere che una battaglia del genere è possibile e non è perduta in partenza.