LA TEORIA DEL COMPLOTTO DEMO-PLUTO-GIUDAICO PER NASCONDERE LE RESPONSABILITÀ DEL GOVERNO BERLUSCONI

Alan Friedman
Il libro di Alan Friedman con le presunte rivelazioni sugli incontri del Capo dello Stato con Mario Monti alcuni  mesi prima della crisi del governo Berlusconi ha ridato fiato alla tesi complottista che il leader di Forza Italia ha cercato di accreditare sulla fine del suo Esecutivo.
Un complotto che sfora, però, nella fantapolitica visto che coinvolgerebbe, oltre che il Presidente della Repubblica e i parlamentari staccatisi dal PDL, anche la finanza internazionale, le banche tedesche, le cancellerie europee, il presidente degli Stati Uniti e una parte della Curia romana.
Un vero e proprio complotto demo-pluto-giudaico-massonico degno di un libro di Dan Brown. 
Berlusconi e i berlusconiani, al di là di quanto dice Friedman che, ovviamente, cerca di vendere il suo libro, speculano sulla labilità dei ricordi degli italiani per confondere gli eventi e accreditare una versione dei fatti a proprio uso e consumo.
Ma i fatti veri sono incontrovertibili.
Berlusconi aveva portato l’Italia sull’orlo di una crisi gravissima. Lo spread era giunto al livello record di 575 punti ed era in costante, crescente rialzo nonostante gli acquisti della BCE. Il tasso dei BTP aveva superato il 7 per cento.
L’allora Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia dichiarava “Non meritiamo di finire coma la Grecia”. Il Sole 24 Ore titolava a tutta pagina e a caratteri cubitali “FATE PRESTO”. I titoli azionari precipitavano e la stessa Mediaset perdeva il 12 per cento in una sola seduta.
Ma, la cosa più preoccupante era che il governo non sapeva cosa fare, non aveva un piano, non aveva un’idea per frenare la corsa verso il precipizio.
La prova è che Silvio Berlusconi si dimise spontaneamente senza essere sfiduciato dalle Camere. E che votò la fiducia al governo Monti di cui divenne il principale pilastro parlamentare, anche perché il Gruppo PDL era il più numeroso sia alla Camera che al Senato.
Se si vuole sostenere che fu un golpe, si deve, inevitabilmente, concludere che fu un autogolpe.
Certo, è il primo caso della storia in cui un presidente del Consiglio italiano è stato costretto a dimettersi a seguito di un’ondata di sfiducia dei mercati finanziari e delle cancellerie internazionali. E la cosa singolare è che quel presidente del Consiglio si era sempre presentato come un imprenditore prestato alla politica, un tycoon che tutto il mondo avrebbe dovuto invidiarci, un uomo che con la finanza internazionale aveva non solo frequentazioni assidue ma anche rapporti di affari.
Così come non si può non rilevare che le cancellerie europee erano guidate, in quel periodo, non da esponenti del marxismo rosso e nemmeno della socialdemocrazia rosa, ma da rappresentanti di quel Partito Popolare Europeo di cui Berlusconi era un azionista di peso.
Sostenere che il “comunista” Napolitano abbia complottato con il gollista Sarkozy, con la popolare Angela Merkel,  con i banchieri tedeschi, con il presidente Obama e con parte della Curia romana contro il “popolare” e imprenditore Silvio Berlusconi non è solo fantapolitica ma è un clamoroso autogol.
Perché, in realtà, significa, molto più semplicemente, che tutte le cancellerie occidentali, la finanza internazionale, la BCE, le grandi banche, gli imprenditori, la Santa Sede e, ovviamente, le organizzazioni sindacali e gli avversari politici erano tutti concordi che Berlusconi fosse “unfit” , come scrisse il giornale economico liberale The Economist, per Palazzo Chigi.
Un complotto si fa quando si trama nell’ombra. Ma tutti questi soggetti  espressero la loro sfiducia in Berlusconi alla luce del sole, pur partendo da posizioni ideologiche e politiche diverse e rappresentando interessi molto diversificati
I motivi della sfiducia sono evidenti. Ma se Friedman voleva fare ulteriori approfondimenti, invece di interrogare Prodi e De Benedetti che sono stati degli spettatori sia pure autorevoli, avrebbe potuto intervistare Giulio Tremonti, ministro di Berlusconi fin dal 1994, un pilastro dei suoi governi sia per il suo spessore  tecnico sia perché era l’artefice dell’alleanza con la Lega. 
Tremonti, che, pur non dimettendosi dal ministero dell’Economia, rifiutò di condividere i provvedimenti di  politica economica della seconda metà del 2011 che furono emanati direttamente da Palazzo Chigi, ha affermato in una famosa intervista televisiva, che la crisi fu provocata, o fu pesantemente aggravata, dal fatto che il governo italiano non aveva più “credibilità” sui mercati internazionali, per cui qualunque misura adottasse, gli operatori finanziari la consideravano, comunque, inadeguata.
Il Presidente della Repubblica, in quella crisi, ebbe un ruolo strettamente istituzionale. Prese atto della situazione, accettò le dimissioni di Berlusconi, avviò le consultazioni, constatò che sul nome di Mario Monti c’era una larga maggioranza della quale, peraltro, faceva parte lo stesso Popolo della Libertà di cui Berlusconi era Presidente.
Che abbia incontrato Monti nei mesi precedenti non è una notizia. Il Presidente avrà, certamente, incontrato anche altri personaggi autorevoli della politica, dell’economia e della finanza che non sono diventati presidenti del Consiglio.
Chiunque abbia una funzione di responsabilità a qualsiasi livello disegna scenari alternativi ed elabora o fa elaborare dai suoi collaboratori ipotesi di studio per essere preparato a gestire situazioni complesse che possano verificarsi in futuro.
Lo scoop di Friedman, quindi, non rivela niente di clamoroso e niente che non si potesse già immaginare sulla crisi del 2011. 
Le reazioni allo scoop, invece, rivelano una cosa molto più preoccupante, una convergenza fra Grillo e Berlusconi. Una convergenza di carattere antropologico prima ancora che politico che, data la spregiudicatezza e la mancanza di solide basi ideologiche e culturali dei due personaggi, potrebbe portare a risvolti imprevedibili nei prossimi mesi.