LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE E L’UNITÀ NAZIONALE

camera dei deputati
Sulla legge elettorale ci riserviamo di esprimere una valutazione quando ci sarà un articolato   approvato almeno in un ramo del Parlamento.
Una buona legge elettorale, infatti, si vede dai dettagli. E i dettagli li conosceremo alla fine, quando l’Iter legislativo sarà stato completato.
Al momento, si può dire che i principi alla base della riforma sono in larga parte condivisibili e, comunque, rappresentano un progresso rispetto al Porcellum.
L’innovazione più importante è la fissazione di una soglia al di sotto della quale non si ha diritto al premio.
Un vizio palese della legge Calderoli era proprio il fatto che l’attribuzione del premio prescindeva dal livello di consensi raggiunto. Cosa che perfino Mussolini aveva evitato stabilendo, nella famosa legge Acerbo, una percentuale al di sotto della quale la maggiorazione non scattava.  
Ma Calderoli e gli altri padri costituenti della baita di Lorenzago non si ponevano nemmeno i problemi e gli scrupoli che perfino Mussolini si era posto e avevano creato un sistema elettorale nel quale era sufficiente un voto in più per avere il 55 per cento dei seggi.
Quindi, su questo punto la riforma è sicuramente un passo in avanti rispetto al Porcellum con cui abbiamo votato nelle ultime tre elezioni.
Se poi é un passo sufficiente a far diventare l’Italicum una buona legge o almeno una legge in linea con i principi costituzionali, al momento, è difficile dirlo. Non è indifferente, al riguardo, se la soglia sarà fissata al 35 percento o al 37 o al 40 o al 45 per cento.
Così come non è indifferente, per valutare in quale misura il potere di scelta dei parlamentari è stato restituito ai cittadini, l’ampiezza dei collegi e il sistema di scelta dei candidati.
C’è un punto, però, la clausola “salva  Lega” che, sicuramente, rappresenta un passo indietro, quale che sia la veste tecnica prescelta..
In primo luogo, perché se la differenza fra la seconda e la terza repubblica consiste nel passare dalle “leggi ad personam” alle “leggi ad partitum” non vediamo quale sia il progresso.
In secondo luogo perché la norma costituisce un grave pericolo per l’unità nazionale. 
Chi sta lavorando alla riforma, infatti, non considera che le leggi elettorali non fotografano lo scenario esistente ma lo modificano, in quanto i protagonisti della vita politica e gli stessi elettori tendono ad adeguare i loro comportamenti e le loro scelte ai cambiamenti della normativa.
Una legge che privilegia i partiti regionali porta, come conseguenza inevitabile, a una ulteriore scomposizione del quadro politico con la costituzione di partiti che avranno una platea localistica e una “mission” limitata alla difesa degli interessi della propria area geografica e della relativa popolazione di riferimento. Una involuzione molto pericolosa, soprattutto se si considera che l’Italia è uno stato duale con situazioni economiche e sociali profondamente diversificate fra regioni settentrionali e Mezzogiorno.
È evidente che l’introduzione di una norma del genere porterà alla nascita, accanto e in contrapposizione alla Lega, di altri partiti regionali, con l’immissione nel sistema di elementi di ingovernabilità aggiuntivi che saranno, nel contempo, fattori di debolezza dell’economia e di criticità per la tenuta dell’unità nazionale.
Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera del gennaio 2011 sosteneva che le elezioni  future (vale a dire quelle del 2013) si sarebbero giocate “sul pericoloso crinale che contrappone Nord e Sud”.
La previsione di Panebianco, per fortuna, non si è realizzata. Ora gli “esperti” che lavorano alla riforma elettorale stanno mettendo in piedi il meccanismo perché si realizzi in futuro.
È da sperare che i parlamentari siano più “saggi” degli “esperti” e pongano riparo ai guasti che una norma avventata rischia di produrre.