LA RIFORMA COSTITUZIONALE RIMANDATA A SETTEMBRE. PROBABILI MODIFICHE: SENATO ELETTIVO E COMPETENZE RAFFORZATE

Il Presidente del Senato Piero Grasso

La riforma costituzionale  slitta ufficialmente a settembre. Secondo ambienti vicini a palazzo Chigi il voto del Senato sarebbe previsto per metà ottobre, termine, però, tutt’altro che perentorio.
È una buona notizia, contrariamente a quanto possano pensare i talebani della velocità.
I tempi sono importanti nella attività legislativa. Ma la Costituzione è l’asse portante della democrazia. Una riforma che investe un terzo degli articoli della nostra carta fondamentale va meditata con grande ponderazione. Non a caso, i padri costituenti avevano previsto una procedura di riforma con quattro passaggi parlamentari che privilegiava la riflessione rispetto alla rapidità.
Quattro passaggi che, ancora una volta, nel caso del disegno di legge Boschi si sono dimostrati molto utili. 
Il progetto originario, infatti, è stato modificato profondamente e il testo attualmente in discussione appare più in linea con le esigenze di una democrazia avanzata come la nostra, rispetto alla prima stesura che, per alcuni aspetti, appariva palesemente improvvisata.
Però, ci sono due punti che ancora necessitano di un attento esame.
Il primo è la forma di elezione. Si è partiti con l’elezione indiretta, ma ora i dubbi su questa scelta sono sempre più forti anche in quanti hanno sostenuto la linea del governo senza esitazioni.
L’esperienza delle nuove province, con i consigli provinciali eletti dagli amministratori locali non ha convinto né gli addetti ai lavori, né i cittadini che si sono visti espropriare del potere fondamentale in democrazia, eleggere i componenti di una assemblea rappresentativa, a vantaggio della casta.
Un Senato con elezione di secondo livello sarebbe una esperienza ancora più negativa, in quanto il privilegio della immunità farebbe dei senatori degli amministratori locali di serie A e, inevitabilmente,  scatenerebbe conflitti molto accesi fra i consiglieri regionali e fra i sindaci.
Quindi, il primo passo è tornare alla elezione diretta, strada maestra della democrazia.
Il secondo punto, strettamente connesso al primo è quello delle competenze. Premesso che tutti gli italiani sono per il superamento del bicameralismo perfetto, non appare particolarmente difficile individuare per il nuovo Senato delle attribuzioni specifiche che siano funzionali agli equilibri democratici del Paese.
Al di là di tutta l’area dei provvedimenti che interessano le regioni e gli enti locali e, ovviamente, delle modifiche della Costituzione, potrebbero essere prerogativa esclusiva del Senato i rapporti con l’Unione europea e l’attività di controllo sulla Pubblica Amministrazione. 
Il Senato rimarrà, anche dopo la riforma, un Organo legislativo di rilevanza costituzionale e non può essere concepito come il dopolavoro degli amministratori locali i quali, un giorno a settimana, si recano a Roma per approvare al buio pacchetti di provvedimenti pervenuti dall’altro ramo del Parlamento.
Perciò, la pausa di riflessione, indotta dai fermenti nel Partito Democratico è, comunque, a prescindere dagli intenti  della minoranza Dem, un fatto positivo per la nazione e per il prosieguo delle riforme.   I partigiani della fretta non devono dimenticare che il referendum confermativo non è un adempimento di carattere formale. Già una volta negli ultimi anni, i cittadini hanno bocciato un pacchetto di riforme costituzionali approvato dalle camere su impulso del governo Berlusconi. E, anche in quel caso, c’erano modifiche che gli elettori condividevano.  Il che non è stato sufficiente ad assicurare un voto favorevole sul complesso del provvedimento.