LA LEGGE DI STABILITÀ PASSA ALLA CAMERA. NECESSARIE MODIFICHE SU MEZZOGIORNO E PENSIONI

Nello Formisano

La legge di Stabilità ha superato l’esame del Senato senza modifiche sostanziali rispetto al testo iniziale del governo.
Il dibattito intercorso in queste settimane non ha prodotto alcun risultato sui punti nodali della manovra.
Manovra  i cui effetti saranno di grande rilevanza per la crescita nei prossimi anni. Dopo un lungo periodo di recessione l’economia italiana sta riprendendo, sia pure con grande lentezza, il cammino dello sviluppo. Ma l’economia, proprio in questa fase, ha bisogno di sostegno, in quanto la ripresa è gracile e inferiore a quella dei nostri principali partner europei. Il che significa che è fondamentale utilizzare in modo ottimale le risorse disponibili che, come è noto, sono scarse.
Al termine del primo passaggio parlamentare va riconfermato che il giudizio complessivo è positivo in quanto la legge di Stabilità è in linea con le esigenze della nostra economia. Ha una impostazione espansiva, sfrutta tutti i margini di flessibilità che i vincoli europei permettono, sconta una forte contrapposizione dialettica con Bruxelles da cui il governo italiano è uscito vincente, prevede una significativa riduzione delle tasse che diventerà ancora più consistente nei prossimi anni, premia chi investe nella propria azienda.
È un impianto sicuramente condivisibile che darà una ulteriore spinta all’economia e consentirà, secondo le previsioni, di andare oltre la fase dei decimali di punto che caratterizzano la crescita attuale. 
Certo, si poteva fare meglio. Le risorse investite nella abolizione dell’IMU avrebbero potuto essere destinate, con maggiore profitto, alla riduzione delle tasse sul lavoro, scelta che avrebbe evitato anche tensioni inutili con la Commissione europea. Ma, come direbbe Catalano, ridurre le tasse sulla casa è meglio che non ridurre nessuna tassa. 
Non possono essere sottaciute, però, alcune carenze su questioni di grande impatto sulla economia reale, in particolare, relativamente al Mezzogiorno e alla normativa previdenziale su cui si è sviluppato un lungo dibattito concluso, al momento, con un rinvio. 
Il Mezzogiorno è il grande assente della legge di Stabilità. Non c’è la fiscalità di vantaggio, non ci sono incentivi alle imprese, non ci sono misure straordinarie contro la disoccupazione, mancano risorse aggiuntive per le grandi opere.
Non ci sono stati miglioramenti nemmeno nel maxiemendamento presentato in Senato. Si ipotizzano misure più efficaci per il passaggio alla Camera. Ma, appare difficile che possano esserci novità significative, considerata l’impostazione di base della manovra.
Renzi ha dato un taglio nuovo al dibattito sul Mezzogiorno con una eccellente relazione alla Direzione del Partito Democratico del mese di agosto. Ma a quelle parole non sono ancora seguiti i fatti.
Nel maxiemendamento in preparazione per la Camera dei Deputati sono previsti interventi specifici su singoli problemi. Cosa sicuramente apprezzabile. Così come sono da guardare con grande interesse gli stanziamenti per Bagnoli e per la rimozione delle ecoballe che avviano a soluzione  questioni annose trascurate dai governi precedenti.  Però il Mezzogiorno e l’economia italiana hanno bisogno di altro. Hanno bisogno di un programma di sviluppo pluriennale simile a quello adottato dalla Germania per le regioni dell’Est. Programma che è stato ed è tuttora uno dei fattori essenziali della maxi crescita della economia tedesca in questi anni. Il Presidente del Consiglio ha ben presenti i termini del problema. Nell’intervento alla Direzione del PD ha ricordato che la Germania ha destinato alle regioni dell’Est più risorse in cinque anni più di quante l’Italia ne abbia destinate al Sud in quaranta anni. E gli va dato atto che, per la prima volta, un premier ha espresso concetti di tale spessore sul Mezzogiorno. 
Ora servono scelte conseguenti. Serve un idoneo piano pluriennale di investimenti. Il Mezzogiorno è la grande opportunità di sviluppo della economia italiana. Se riparte il Sud, riparte l’Italia. In caso contrario dovremo rassegnarci ai decimali di punto, o al punticino rachitico e incerto previsto per i prossimi anni.
Sulle modifiche alla Fornero, condividiamo in pieno le posizioni del ministro Poletti, ribadite anche ultimamente a Napoli. Poletti si è pronunciato ancora una volta per la flessibilità in uscita e per agevolare i pensionamenti anticipati e/o il part time pensionistico al fine di riaprire ai giovani il mercato del lavoro. Però, Poletti non è un opinionista. Le sue idee non possono rimanere allo stato di idee, devono diventare proposte di legge. Non è possibile che su un tema così importante il ministro si faccia fermare dalle solite lobby e dagli ambienti più retrivi annidati nelle burocrazie ministeriali. 
Il primato della politica è fondamentale per il rilancio del sistema Italia. Anche perché noi non abbiamo una classe di manager di alto profilo come la Francia che forma i suoi quadri dirigenti all’École national d’administration. Noi abbiamo, salvo, ovviamente, lodevoli eccezioni che pure esistono, dei burocrati chiusi alle grandi problematiche, che riescono a stento a predisporre provvedimenti anonimi basati sulla scienza del precedente e a calcolarne i costi in termini di cassa senza alcun approfondimento sugli effetti nel medio periodo e sulle interrelazioni fra le diverse variabili economiche. Quando non sbagliano clamorosamente anche sulle previsioni di cassa, come nel caso degli esodati .
Renzi torni alle origini. La capacità di rompere gli schemi e la rottamazione della parte più agé e meno predisposta alla innovazione della pubblica amministrazione sono premesse indispensabili per un rilancio della azione dello stato a sostegno della economia reale e dello sviluppo.