LA LEGGE DI STABILITÀ NON BASTA – COINVOLGERE I CITTADINI PER USCIRE DALLA CRISI

Giorgio Benvenuto
Con 307 voti favorevoli e 116 contrari la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la Legge di Stabilità 2015. Il testo è composto da un unico articolo di 735 commi; la manovra ammonta a complessivi 32 miliardi di euro.
Si ripete così anche quest’anno, con l’alibi del voto di fiducia, l’attività legislativa mostruosa dei maxiemendamenti con la maledizione infernale dei multi-comma. La Legge di Stabilità necessita di 119 interventi attuativi che si aggingono ai 466 dei Governi Letta e Monti, che sono in attesa di essere applicati.
Prevale, ad una lettura generale della Legge di Stabilità, il tradizionale linguaggio oscuro, sacrale, sibillino.
Eccone un esempio. In un comma è scritto, anzi prescritto:
“Ai fini della determinazione del reddito complessivo di cui all’articolo 13, comma 1-bis, del testo unico delle imposte (…), come sostituito dal comma 12 del presente articolo, non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 3, comma 1, della legge 30 dicembre 2010, n. 238, all’articolo 17, comma 1, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni (…), e all’articolo 44, comma 1, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni (…), come modificato dal comma 14 del presente articolo.” 
Di cosa si tratta? si chiede l’ignaro cittadino.
E’ presto detto. E’ la norma che trasforma da annuale a strutturale il bonus di 80 euro a favore dei redditi fino a 26.000 euro 
Ecco le novità principali: confermati gli sconti sulle ristrutturazioni nell’edilizia; il bonus di 80 euro va a regime; il credito di imposta sulla ricerca si calcola sugli investimenti incrementali; i crediti commerciali delle imprese compensabili con la Pubblica Amministrazione sono definiti anche per il 2015; i Fondi e le Casse Pensioni hanno un credito d’imposta con un tetto di 80 milioni se investono in infrastrutture; c’è il versamento annuo di 500 milioni da parte dei concessionari nell’industria dei giochi; diminuisce l’IRAP con il taglio al cuneo fiscale con la deducibilità di tutto il costo del lavoro; si allenta la stretta sui ricercatori; è stabilito per il made in Italy un Piano export di 200 milioni raddoppiando la dote della Legge Sabatini; per le Partite Iva c’è accesso, limitato ai dipendenti, al nuovo regime forfetizzato; per le pensioni viene definito un tetto sugli assegni più alti; per le Province è stabilita da subito mobilità e “disponibilità” dal 2017 per ventimila dipendenti; i tagli alle Regioni sono pari a 4 miliardi, anche se resta il nodo sanità (è probabile l’aumento dei ticket); l’inversione contabile dell’Iva è estesa alla grande distribuzione; dopo i grandi aumenti del 2013 e del 2014 Tasi e Imu sono congelate per il 2015 con lo slittamento della local tax; c’è la possibilità di anticipare in busta paga, a tassazione ordinaria, il TFR.
È una legge necessitata, condizionata dai vincoli dell’Europa e determinata dalla crescente incapacità dei diversi governi nella seconda repubblica a realizzare una strategia veramente riformatrice.
La Legge di Stabilità, piena di buoni propositi e con alcuni lodevoli tentativi di correzione, purtroppo è inadeguata, non è all’altezza della situazione, è priva di un respiro strategico. Perché? Vediamo alcuni dati. Il debito pubblico continua a crescere. Nel 1993 alla fine della prima repubblica, il Governo Ciampi aveva un rapporto debito/PIL pari al 115,6%; nel 1994 il Governo Berlusconi, il primo della seconda repubblica, saliva a 121,5%; nella tredicesima legislatura (1996-2001) i Governi Prodi, D’Alema ed Amato, con una accorta politica economica, riducevano il rapporto debito/PIL al 108,7% consentendo l’aggancio all’Euro; nella XIV legislatura il Governo Berlusconi assestava il debito al 105,9; nella XV e XVI legislatura il debito schizzava verso l’alto. Ora stiamo raggiungendo il 135,0%.
Il debito che era di 1.329 miliardi di euro nel 2001, è diventato di 1.948 nel 2012, è ora, alla fine del 2014, di 2.157. La gestione più rovinosa è stata quella dei governi tecnici, in particolare quello presieduto da Monti. Il paese è da sette anni fermo, la recessione si è aggravata, la disoccupazione dilaga. Non si vede una via d’uscita. Sono stati fatti aumenti spropositati del carico fiscale e si è pesantemente messo mano al welfare. Senza risultati. Il debito pubblico con Monti è aumentato in soli trenta mesi di 209 miliardi; la media dell’incremento annuo è salita da 56,2 a 82,8 miliardi.
Il 2015 corre il rischio di essere un altro anno perduto per invertire la tendenza e per creare le condizioni di un nuovo sviluppo.
Occorre, innanzitutto, tenere conto dei vincoli europei. L’Italia deve prendere atto che una parte della propria sovranità è stata ormai ceduta consapevolmente all’Europa. Le regole europee del bilancio sono il risultato di accordi sottoscritti liberamente dai paesi che fanno parte dell’Europa. Rileggiamole. Nel 1997 entra in vigore il Patto di Stabilità e di crescita. Sono introdotte come obbligo la soglia massima del 3% deficit/PIL e quella del debito al 60%. Nel 2005 dopo l’Euro e dopo la prima crisi economica americana, viene riformato il Patto di Stabilità. Vengono definiti dei nuovi obblighi: la correzione annuale deve essere almeno di 0,5 punti del deficit strutturale con l’obiettivo di medio termine flessibile per ogni paese per realizzare una rapida convergenza. Nel 2011 per l’aggravarsi della crisi vengono a più riprese definiti nuovi obblighi: la presentazione ogni anno a fine aprile del programma di stabilità e del programma nazionale delle riforme: per chi ha un debito oltre il 60% del PIL ogni anno ci deve essere la riduzione di un ventesimo della differenza tra il debito/PIL reale e il 60%. Nel 2013 i vincoli diventano più stringenti. Arriva il Fiscal Compact con l’introduzione dell’obbligo di definire un deficit strutturale dello 0,5% del PIL per i paesi con debito oltre il 60% e con l’obbligo di inserire la regola in Costituzione. Ancora nel 2013 viene definito il Two Pack per rafforzare la sorveglianza, con l’obbligo di inviare anticipatamente al 15 aprile il Documento di Economia e Finanza e il programma nazionale di riforme. Entro il 15 ottobre c’è un altro obbligo: quello di presentare preventivamente alla UE la bozza della Legge di Stabilità. È stabilito il potere della UE di chiedere modifiche e di controllare i tempi e i modi di attuazione delle riforme.
Le avvisaglie di una prossima decisione della Commissione Europea che imponga all’Italia ulteriori misure correttive ci sono tutte. Il Commissario alle questioni economiche e finanziarie, Pierre Moscovici, ha inviato alla Presidenza della Camera dei Deputati una copia delle “Opinioni della Commissione” sul progetto di bilancio per il 2015 comunicato dal Governo Italiano: è un monito, in vista dell’apertura di una procedura per deficit eccessivo, determinata dalla violazione della regola del debito: è possibile uno scostamento del 2,5% del PIL, rispetto al criterio transitorio del minimo aggiustamento lineare strutturale. Insomma, sarebbe necessaria una correzione strutturale per ridurre il debito eccessivo di 40 miliardi di euro.
Non va dimenticato che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale italiano prevedono l’obiettivo del pareggio strutturale del bilancio nell’ambito della revisione dell’articolo 81 della Costituzione, ma la conseguente legge di attuazione (243/2012) ha fatto testualmente rinvio per ogni questione, ed in particolare per quanto riguarda la sostenibilità del debito, a quanto previsto dall’ordinamento dell’Unione Europea. Lo stesso riferimento è contenuto nelle modifiche apportate agli articoli 97 e 119 della Costituzione.
Con quei vincoli per qualunque governo è difficile, quasi impossibile, rimettere in carreggiata il paese per riprendere il cammino della crescita. Renzi lo sa. Ecco perché ha collocato il PD nello schieramento progressista del Partito Socialista Europeo cercando le alleanze necessarie per allentare i vincoli europei e per realizzare forme di flessibilità nell’attuazione del Fiscal Compact.
Il semestre italiano alla UE con la presidenza italiana non ha dato i grandi risultati che erano stati vaticinati. Prevale ancora la regola rigida dell’austerità imposta dalla Germania. Qualche spiraglio si è però aperto. Si potranno tagliare dal debito i cofinanziamenti per realizzare programmi di investimenti concordati. È poco. È, però, meglio di niente.
È preoccupato e in parte critico il giudizio sulla Legge di Stabilità da parte di NENS (Nuova Economia e Nuova Società) il Centro Studi fondato da Pierluigi Bersani e da Vincenzo Visco.
Le conclusioni dei ricercatori del Centro Studi NENS sono tutt’altro che ottimistiche: “Gli effetti espansivi della manovra e il contributo alla crescita delle riforme strutturali al netto delle clausole di salvaguardia varate nel 2014 potrebbero esaurirsi già a partire dalla fine del 2015 se non accompagnate da: a) una politica monetaria espansiva che agevoli una ricalibrazione del cambio dell’euro; b) un mutamento nella politica economica europea”. Non solo: “L’entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sancirebbe il ritorno della politica economica italiana all’interno degli schemi tradizionali di austerità economica e di pro ciclicità delle politiche restrittive dei governi precedenti”. Dubbi pure sulla sostenibilità del debito pubblico: “La presenza di alcune criticità in alcune voci di entrata ed uscita previste dalla manovra non consentono la formazione di una aspettativa credibile circa l sostenibilità del piano di rientro verso l’obiettivo a medio termine (OMT) – azzeramento del saldo di bilancio strutturale – assegnato all’Italia per il 2017”
Va recuperata fiducia e credibilità. La Legge di Stabilità contiene severe ed automatiche norme di garanzia: se non si otterranno risultati tangibili nella riduzione della spesa pubblica e nell’azione di contrasto alla lotta all’evasione e alla elusione fiscale scatteranno gli aumenti dell’Iva, la riduzione delle detrazioni e delle deduzioni, l’aumento delle accise.
La pressione fiscale non calerà. Il DEF (Documento di economia e finanza) indica un lieve aumento: il 43,4, un decimale in più nel 2015 nonostante la messa a regime del Bonus di 80 euro.
Particolarmente grave è la tassazione sui frutti del risparmio, sia di quello previdenziale, sia di quello ordinario. È stato modificato in termini incauti il regime dei minimi per il lavoro autonomo inventando, poi, una specie di studi di settore posticci per predeterminare la redditività normale di determinate tipologie di attività autonome.
Ci sono otto miliardi di tasse in agguato. Le clausole di salvaguardia previste dalla Legge di Stabilità prevedono aumenti delle accise per 1,716 miliardi a regime dal 2015, 3,272 miliardi per aumento dell’IVA nel 2016 che diventano nel 2017, 6,272. Iva più accise vogliono dire 7,988 miliardi di tasse in più. Una vera calamità. Nel quadriennio 2015-2018 l’aumento dell’Iva sarà graduale (dal 22 al 24, al 25, al 25,5 e dal 10 al 12, al 13%).
Il Governo Renzi non ha introdotto elementi di discontinuità con i Governi Monti e Letta sulla politica fiscale. Dimostra una ingiustificata allergia allo Statuto del contribuente, come a quello dei lavoratori.
Dall’entrata in vigore dello Statuto del contribuente sono 86 le deroghe esplicite; drammatica la frequenza delle tasse retroattive. Negli ultimi tre anni i contribuenti hanno dovuto pagare un conto di 10 miliardi.
E che dire del decreto attuativo della delega fiscale? Siamo al paradosso. Lo schema di decreto legislativo sull’abuso di diritto porta nel titolo il riferimento alla certezza di diritto. Ma questa importante e rassicurante affermazione è accompagnata dalla enunciazione che il provvedimento dovrà lasciare all’interpretazione “uno spazio minimo, quasi nullo”. È una pronuncia che va chiarita perché la certezza del diritto è quella che non deve e non può lasciare alcuno spazio all’interpretazione
Ecco perché diventa fondamentale cambiare passo. Importante la svolta del cambiamento generazionale. Utile l’uscita dalle pastoie ideologiche. Fondamentale la spinta e la fiducia nel futuro. Ma occorre passare dall’antitesi alla sintesi. Occorre, soprattutto, dire agli italiani la verità e chiedere il coinvolgimento di tutti per costruire e per consolidare il cambiamento. 
È in discussione il modo di dirigere il paese. Non c’è bisogno di uomini della “provvidenza” soli al comando. L’Italia deve poter contare sulle tante potenzialità che sono presenti tra le forze sociali ed economiche, tra i giovani, nelle professioni e nella cultura.
Si avverte la necessità di avere al timone persone autorevoli, competenti, preparate. Si devono rottamare comportamenti saccenti, indisponenti, insultanti. Renzi non si deve circondare di yes man, anzi di yes woman. Non ne ha bisogno. Non servono a nessuno. Il Parlamento, le istituzioni devono essere degli interlocutori. Troppi sono i “plauditori”, pochi i propositori.
È un triste spettacolo constatare che il Consiglio dei Ministri spesso, troppo spesso, adotta provvedimenti urgenti senza che si sappia da chi, per chi, per che cosa.
Amara è la lettura di un libro uscito in questi giorni “Paolo Baffi, Arturo Carlo Iemolo. Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981”. Paolo Baffi, già Governatore della Banca d’Italia, dà una puntuale descrizione della mala economia, della malapolitica e del malaffare.
Carlo Iemolo, il grande professore di diritto economico constata nel carteggio con Baffi: “Lo Stato con l’ampio codazzo di enti pubblici, spende male, sciupa, distribuisce malissimo le somme destinate all’amministrazione: abusi di ogni genere, sperperi, negli alti gradi compensi reali senza alcun rapporto con quelli tabellari… parlamentari che elevano sempre di più i loro stipendi e pensioni, nei giorni in cui i quotidiani pongono sotto luce tutti i drammi delle quasi irrisorie pensioni della Previdenza Sociale; i gabinetti costituiti con pletora di ministri e sottosegretari, per contentare quante persone possibile; le diatribe interne dei partiti con infinite parole e mai la puntualizzazione di problemi concreti…”, in una repubblica che ha i suoi santi protettori in “S. Rinvio, S. Proroga e il loro figlio S. Slittamento”. 
È fondamentale pensare ad un vero coinvolgimento delle forze economiche, di quelle sociali, delle professioni, del lavoro autonomo per creare le condizioni di una serie di riforme innovative e condivise. 
Solo così saremo in grado di smentire Indro Montanelli che amareggiato e rassegnato descriveva l’Italia come un conglomerato impegnato a discutere con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giochi di potere e di interessi.