LA GLOBALIZZAZIONE RICHIEDE RIFORME E SEMPLIFICAZIONI

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

La globalizzazione senza regole, all’insegna di una sfrenata competitività basata sul dumping sociale, sta mettendo fuori gioco l’Europa ed in particolare l’Italia. Quando i salari nei paesi del terzo mondo sono da cinque, dieci a venti volte più bassi delle retribuzioni italiane; quando non esistono vincoli ambientali; quando vengono sistematicamente violati i diritti dei lavoratori, con particolare accanimento nei confronti dei minori e delle donne; quando non funzionano i sindacati, è inevitabile che l’attività manifatturiera si dislochi dove il lavoro costa meno per gli aspetti salariali, per le politiche fiscali, per le norme burocratiche. La globalizzazione senza regole determina disoccupazione, stagnazione, recessione. L’Italia in Europa fatica a fronteggiare la situazione. Il debito pubblico si è gonfiato nonostante gli energici interventi dei Governi Monti e Letta & Alfano. Il peso della burocrazia schiaccia inesorabilmente ogni tentativo per uscire dal pantano. Il peso delle tasse continua a crescere. Il sistema del welfare è in crisi: le pensioni vengono pagate poco e male; il sussidio ai disoccupati è incerto e modesto; il sistema sanitario non è più in grado di essere universale. La struttura delle istituzioni  è obsoleta e superata. La Costituzione disegna un’architettura statale arcaica e quindi inadeguata per affrontare in tempi rapidi la nuova situazione economica e sociale creata dalla finanziarizzazione e dal mercato. Abbiamo perso venti anni.

Centrodestra e centronistra si sono confrontati su minuzie politiche. Hanno predominato le risse da cortile. Ci si è racchiusi in una visione provinciale. La crisi ha fatto passi da gigante. Il mondo si è ristrutturato mentre noi siamo stati capaci solo di fare incerti e timidi passettini in avanti. Continuiamo senza saperlo a comportarci come le rane e i topi nella Batracomiomachia di Aristofane. Ha imperversato per troppo tempo la politica degli annunci. Ora si invoca finalmente il cambiamento. Si avverte la necessità di superare la fase della inconcludenza e dell’indecisionismo. Abbiamo, è vero, avuto governi delle larghe intese (Berlusconi ultima fase; Monti; Letta & Alfano): i risultati sono stati e sono inferiori alle attese. Guardiamo invece alla Germania. La grande coalizione tra Angela Merkel e la SPD ha avuto il via libera dalla base del Partito Socialdemocratico. Il 76% dei 474.000 iscritti ha votato a favore dell’intesa. Il confronto si è fatto sui programmi, non sulle persone o sui leader. Il patto di coalizione prevede la fissazione per legge di un salario minimo di 8,50 euro all’ora; la possibilità per i figli nati in Germania degli immigrati di mantenere la doppia cittadinanza; la pensione anticipata a 63 anni senza penalità per chi abbia raggiunto 45 anni di contributi. Ci sono limiti stringenti agli aumenti degli affitti; più investimenti per infrastrutture e ricerca; una maggiore spesa pubblica utilizzando i surplus di bilancio garantiti dalla crescita. C’è anche la richiesta di un pedaggio per gli automobilisti stranieri. D’ora in poi pagheranno, come in Austria o in Svizzera, sulle “Autobahnen”, le autostrade tedesche. I miliardi così incassati verranno investiti nel risanamento delle infrastrutture e della stessa rete autostradale. Rilevanti, infine,  sono gli impegni nel campo strategico della Cultura, Scienza e Ricerca. “Sono tre temi centrali della coalizione” si legge nel Contratto Merkel-SPD “e per questo vogliamo incrementare le risorse per costruire più asili-nido e scuole a tempo pieno (…)”. Il capitolo dedicato ai rapporti tra la Germania e l’Europa s’intitola “Starkes Europa”: per “una forte Europa”. Ci si legge che “proprio alla Germania, la più grande economia d’Europa, spetta una particolare responsabilità: “noi sappiamo che la Germania può stare bene solo se anche l’Europa ha un buon futuro (…). Il principio di solidarietà e di responsabilità dei singoli paesi sono complementari. Noi ci impegniamo a combattere in modo sistematico la disoccupazione giovanile in Europa”. L’evolversi della situazione politica in Germania impone all’Italia di stare al passo. Il Governo Letta & Alfano deve avere e praticare una strategia di cambiamento. La legge di stabilità 2014-2017 è poca cosa; tampona, non risolve i problemi di crescita e di sviluppo del paese. Le variazione apportate dal Parlamento prima al Senato e ora alla Camera riesumano i fasti della peggiore prima repubblica. È un provvedimento omnibus, con innumerevoli elargizioni, pochi investimenti, molte tasse, poco futuro. Occorre una seria riflessione. Se le intese non producono risultati, se non si riescono a fare le riforme, se si rinviano continuamente le decisioni, il nostro paese diventerà sempre più ingovernabile. È  molto arduo oggi poter parlare di grandi intese. C’è poco; spesso c’è niente. Non bisogna sottovalutare l’esplodere di contestazioni, di malumori, di disordini e violenze sempre più frequenti, imprevedibili, incontrollabili. Quali sono i problemi da risolvere? È importante modificare la legge elettorale. Ma non basta. L’Italia, così come è organizzata costituzionalmente, non è in grado di realizzare con successo la trasformazione ed i cambiamenti che hanno mutato la sua geografia economica e sociale. Occorre semplificare la catena di comando per rendere immediate le decisioni sull’economia e sul sociale. Va superato il bicameralismo, va ridotto il numero dei parlamentari, vanno superate le province, va semplificata la giustizia amministrativa (Tar e Consiglio di Stato) e quella civile e penale. Va rivisto il Titolo V della Costituzione che ha ulteriormente aggravato l’incertezza sull’attuazione dei provvedimenti. La legislazione concorrente tra Stato Centrale e Regioni è fonte di una estesa conflittualità che determina la paralisi delle politiche di sviluppo.
Il recente rapporto Agici-Bocconi quantifica il “non fare” in un costo di 40 miliardi l’anno. È in aumento il fenomeno Nimby: nel 2012 sono stati 354 i progetti contestati di cui 151 nuovi e 203 ereditati dal passato. Nimby (un acronimo inglese che significa “non nel mio cortile”) esprime le proteste contro le opere di interesse pubblico (insediamenti industriali, termovalorizzatori, centrali elettriche) temendo che possano avere impatto negativo sui territori. I decreti da attuare per completare le misure previste dai Governi Monti e Letta sono 465. I provvedimenti attuati sono appena il 38%. Il decreto sull’ISEE richiesto dal Salva Italia, è stato varato con un anno e mezzo di ritardo. I provvedimenti attuativi non adottati, in particolare, riguardano i decreti Semplifica Italia (37,3%); Lavoro (36,4%); Sviluppo (24,6%). Il processo civile dura 564 giorni per il primo grado contro una media europea di 240 giorni. Il tempo medio europeo per la conclusione di un provvedimento di tre gradi di giudizio è 788 giorni. In Italia arriva addirittura ad 8 anni. Altro punto dolente è il sistema fiscale. Opprimente, iniquo, inadatto. La lotta all’evasione fiscale produce scarsi risultati. Su 130 miliardi l’anno il recupero si attesta con grandi sforzi appena a 10/12 miliardi. Il legislatore è riuscito a creare negli anni, per alimentare la spesa pubblica, un fisco indecente per un paese occidentale con una sistematica ed incontrollata violazione delle più elementari norme dello Statuto del Contribuente. Pagare le tasse in Italia è complicato; ci si deve districare in un labirinto paradossale. Dopo INVIM, ILOR, ISI, ICI, IMU, TARSU, TARI, TARES, TRISE, TUC, abbiamo ora la IUC (Imposta Municipale Unica), undicesima mutazione dell’imposta sugli immobili. Non funziona. Non funzionerà. Non si può continuare ad andare avanti su questa strada. Si rafforza la convinzione che nella lotta all’evasione fiscale lo Stato è capace di prendere di mira le piccole evasioni e gli errori formali. È invece impotente nei confronti delle grandi frodi, delle smaccate evasioni, delle spettacolari elusioni fiscali. A ciò si aggiunge la necessità di voltare pagina sul lavoro. Troppe parole, troppa retorica, pochi risultati per i giovani. Stiamo arrivando ad una situazione paradossale: i pochi fondi disponibili sono destinati con le continue proroghe della Cassa Integrazione Guadagni in deroga e con i prepensionamenti, a finanziare il “non lavoro”. Occorre riunificare chi è garantito con chi non è garantito. Una politica attiva del lavoro che concentri tutte le risorse per creare lavoro. Sono scelte che richiedono la modernizzazione della burocrazia, la semplificazione dei contratti, la riduzione delle tipologie di lavoro, l’intelligenza fiscale, l’oculata politica del credito. È su questo terreno che si misura la possibilità di una politica riformatrice. In questo quadro si impone l’esigenza di un intervento radicale sul costo della politica. Il Governo Letta & Alfano ha previsto che dal 2017 verranno aboliti i finanziamenti dei partiti. Il commento è amaro: quando si tratta di far pagare ai cittadini le norme sono retroattive; quando, invece, si devono tagliare gli astronomici finanziamenti ai partiti le norme sono posticipate. Un recente, articolato e documentato studio della UIL sugli organi centrali, periferici e sulle società partecipate delle istituzioni pubbliche indica in 23 miliardi l’anno il  costo della politica, 757 euro per ogni contribuente. Ci sono i politici in senso stretto, ministri, parlamentari, consiglieri regionali, provinciali e comunali. Poi portaborse, funzionari e addetti stampa. E ancora: grand commis di Stato e politici insediati nei Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche. È l’esercito della politica che conta un milione e centoventiquattromila addetti. Il 5% della forza lavoro del paese, che vale anche una fetta della sua economia: l’1,5% del PIL. Il rapporto della UIL sui costi della politica denuncia che, rispetto al passato, la spesa è aumentata. E, nonostante il blitz di Letta, per togliere i soldi ai partiti e le promesse di Renzi sulla restituzione del finanziamento al suo partito, “c’è il rischio che con questa legge di stabilità il prossimo anno aumentino di oltre 27 milioni i costi di Parlamento, Presidenza del Consiglio e organi istituzionali vari”. I costi più ingenti vengono dal sottobosco della politica, popolata da quasi un milione di “nominati”. Che dire ad esempio dei 2,2 miliardi spesi per consulenze, a fronte di una pubblica amministrazione che gronda di dipendenti non sempre ad alto tasso di produttività? Anche se poi quello che consolida le posizioni di potere dei partiti e dentro i partiti è quella mai scalfita occupazione di società, consorzi, enti pubblici, fondazioni e aziende partecipate, che con il loro stuolo di dirigenti, direttori e funzionari costa quasi 6 miliardi. Non è facile cambiare abitudini radicate e consolidate. Ma non c’è alternativa. O ci si muove e si cambia, come sta avvenendo in Germania, o ci si deve rassegnare ad un lento progressivo declino. Fatta la legge elettorale si dovrà fare il punto della situazione. Il paese va governato, deve fare delle scelte strategiche, deve stabilire delle priorità. Non ho mai capito la demonizzazione del ricorso alle elezioni anticipate. Se non si riesce a governare, il ricorso alle urne è inevitabile; non bisogna temere l’espressione democratica del voto; bisogna preoccuparsi delle soluzioni pasticciate e inconcludenti. L’Europa ci guarda, vuole proposte credibili e governi autorevoli. L’Italia cambiata, semplificata, riformata, potrà tornare ad essere autorevole in Europa. Potrà far sentire la sua voce per realizzare nel prossimo semestre della sua presidenza una spinta decisiva all’integrazione politica e sociale dell’Europa.